E’ sotto gli occhi di tutti la grave crisi agricola che sta investendo le aziende casertane e i prodotti leader di questo comparto, a partire dalla mozzarella di bufala. Alla crisi che è produttiva, di commercializzazione e finanziario/bancaria fa da contraltare il fatto che i consumatori trovano sui mercati questi prodotti a costi esorbitanti. Alla fine sono penalizzate contemporaneamente le imprese agricole e gli acquirenti finali. Dove va a finire il “valore aggiunto”, cioè lo scarto tra i 5 centesimi pagati ai contadini per un mazzo d’insalata e i 2,5 euro che pagano i consumatori? Va a finire nell’infinita serie di passaggi che queste merci fanno per arrivare sulle nostre tavole. Il danno è doppio. Da un lato le imprese agricole, che hanno fatto investimenti notevoli per ammodernare le proprie aziende esponendole sul piano finanziario alle banche che oggi presentano il conto e attivano i procedimenti esecutivi di sequestro (vedi lo sciopero della fame che ha visto impegnati alcuni produttori agricoli, vedi gli scioperi e la disperazione dei tanti allevatori bufalini), devono svendere i loro prodotti frutto del loro sudore e di un’antica sapienza; dall’altro i consumatori vengono depauperati del loro potere d’acquisto attraverso l’abonorme aumento del costo che queste merci hanno sui banconi.
Siamo, come sempre, al paradosso che i meccanismi distorti di un mercato apparentemente libero che qualcuno vorrebbe ancora più libero, ma che libero non è, rende più poveri gli agricoltori e i consumatori (quelli a stipendio fisso che pagano le tasse e non riescono ad arrivare alla fine del mese) e arricchisce speculatori, commercianti disonesti, trasportatori (che inquinano), banche che sono agevolati direttamente o indirettamente dal fisco. Siamo alla metafora del Robin Wood all’incontrario, si toglie ai più poveri e si da ai più ricchi (che pagano poco e non pagono affatto le tasse).
Il governo Prodi ha tentato, sotto la forte spinta delle forze della Sinistra Arcobaleno, purtroppo timidamente di mettervi riparo, ma si sa come sono andate le cose. Quella strana zona grigia al “centro” che cura interessi che guarda caso vincono sempre, qualunque schieramento vinca le elezioni, nel timore che bisognava finalmente dare respiro ai salari e agli stipendi per restituire il maltolto (strano che le politiche di riequilibrio e di distribuzione della ricchezza debbano arrivare sempre nel secondo tempo che, peraltro, non arriva mai), fanno cadere il governo per condizionare e subordinare gli aumenti legittimi alla maggiore produttività (si defiscalizzano solo gli straordinari).
Naturalmente le imprese agricole casertane pagano anche il conto della grave crisi ambientale e dei rifiuti della nostra provincia che stenta ancora ad essere risolta. Questa grave crisi che riguarda quasi il 16% della ricchezza prodotta in Terra di Lavoro dovrebbe essere affrontata con una determinazione pari a quella del dopoguerra mentre assistiamo a politiche da pannicelli caldi assolutamente inadeguati.
Allora che fare?
Al di là delle discussioni sui massimi sistemi che presupporrebbero una politica “forte” e fortemente impegnata, una piccola concreta idea può venire dai GAS (Gruppi di acquisto solidali). La Sinistra, L’Arcobaleno li ha proposti nel proprio programma. Ci sono gruppi di cittadini/consumatori che acquistano direttamente presso le aziende agricole, avendole visitate e quindi conoscendo in loco i prodotti, generalmente autoctoni e tipici, ottimizzando la domanda e l’offerta e calmierando i prezzi. Ce ne sono diversi che funzionano davvero bene, anche in provincia di Caserta. In questo modo abbiamo la quadratura del cerchio ed si attiva un processo virtuoso.
Gli agricoltori vendono ad un prezzo equo ma remunerativo; i consumatori acquistano a costi equi e hanno prodotti freschi che si sa da dove vengono e non hanno fatto il giro del mondo per arrivare sulle proprie tavole; non si da spazio agli speculatori; non si inquina l’aria con gli scarichi dei camion che vanno su e giù per l’Italia a portare i peperoni prodotti a Francolise in Piemonte per riportarli come peperoni tipici di Carmagnola sui banchi del Centro commerciale di turno. In questo modo non aumenta il PIL (prodotto interno lordo), ma siamo tutti più felici.
Questo, ancora una volta, fa riferimento ad un diverso modello di sviluppo e ad una diversa costruzione della società.
Chi ha visto la trasmissione televisiva “Report” domenica sera ha capito che è il momento di scegliere tra chi persegue un modello che arrichisce i pochi a danno dei molti e, pur di aumentare il PIL è disposto a passare sulla testa degli esseri umani, rovinando in modo irreversibile l’ambiente, e chi vuole difendere gli interessi dei tanti e della terra che ci è stata lasciata in prestito dai nostri padri e che abbiamo il dovere di lasciare ai nostri figli.
Votare è una scelta. Scegliere bene è un investimento per il futuro.
Caserta, 18/03/08
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domenica 25 gennaio 2009
venerdì 16 gennaio 2009
Sull'Olio della Penisola Sorrentina
Al direttore de “Il Mattino”Mario OrfeoEgregio direttore,ho letto con interesse l’articolo pubblicato il 29 ottobre e relativo alla campagna dell’olio della costiera sorrentina, che appare, secondo le prime stime, di buona qualità e di discreta quantità.Fa anche piacere riscontrare che gli imprenditori del settore riconoscano che questi eccellenti risultati siano in gran parte frutto delle tecniche elaborate dai nostri tecnici e da quelli regionali, e spiegate in occasione di convegni e iniziative pubbliche che hanno coinvolto gran parte delle aziende olivicole locali.Pochi giorni fa sono stato al Salone del Gusto di Torino, dove ho potuto riscontrare il successo incontrato nelle degustazioni promosse dalla Provincia di alcune aziende produttrici di olio DOP Penisola sorrentina (MassaLubrense, Sorrento, Piano, Sant’Agnello e tutta l’area riconosciuta DOP). Abbiamo fatto anche diverse comparazioni con olii di altre Regioni con risultati lusinghieri. Ma non basta. Bisogna ulteriormente lavorare sulla qualità e chiudere la filiera risolvendo i diversi problemi di natura ambientale che questo comparto ha, anche in relazione all’utilizzo di parte della post-lavorazione per far nascere le nuove linee di produzione cosmetica che, oggi, sono ricercatissime.Per rilanciare il comparto, quindi, è necessario, partendo dalla nascita del Consorzio di tutela, lavorare su tre obiettivi:1) migliorare la produzione migliorando le tecniche colturali e le strutture frantoiane estrapolando la linea alta qualità;2) chiedere un aiuto alla valorizzazione del prodotto al tessuto imprenditoriale legato al turismo (gli alberghi, i ristoranti ecc.. dovrebbero avere e proporre un carrello degli olii sorrentini – in questo legarsi all’iniziativa “I SAPORI DELLA PROVINCIA DI NAPOLI” potrebbe essere di grande aiuto)3) trovare con l’aiuto degli organismi della programmazione negoziata (vedi TESS) la soluzione di insediamenti produttivi innovativi lungo la filiera olivicola (ma la stessa cosa potrebbe riguardare quella del limone e quella lattiero-casearia) per l’utilizzo delle post-produzioni (linee cosmetiche ecc..).Se imboccassimo convinti questa strada e funzionasse il principio di sussidiarietà tra territori e settori produttivi, cui peraltro sta lavorando sia la Provincia di Napoli che la Regione, ma è importantissimo anche il ruolo dei Comuni, avremmo posto le basi per uno sviluppo reale, endogeno ed ecocompatibile. Non è indifferente rispetto a questo il lavoro che si sta facendo per la nascita del Parco Regionale dei Monti Lattari che potrebbe dare un ulteriore valore aggiunto alle produzioni agricole. Sarebbe davvero sviluppo sostenibile.Bisognerà, poi, fare tante altre cose, ma ci saranno altre occasioni per approfondire l’argomento.
Saluti cordiali
Enzo Falco
Saluti cordiali
Enzo Falco
Le vie del latte
Le vie del latte, un’altra delle grandi intuizioni ed iniziative di Slow Food, richiamano un po’ la più famosa via lattea, con i suoi risvolti astronomici, ma anche sacri. E non c’è qualcosa di magico e sacro nella capacità dell’uomo di trasformare un prodotto straordinario come il latte in tanti altri non meno straordinari come i formaggi, freschi o stagionati che siano? Dietro a questi sapori c’è tutto il lavoro di tutela delle razze, bovine, ovine, caprine, curando nei minimi dettagli i foraggi più adatti per la loro salute che ritroveremo intatti nei profumi e nel gusto dei relativi formaggi. E ancora la sapienza dei casari nel dare forma e sostanza a questo lavoro certosino e nel richiamare, al di là della globalizzazione, la fortissima componente territoriale che ogni prodotto ha in sé e che conserverà gelosamente come valore aggiunto che funziona in modo biunivoco, dal prodotto al territorio e viceversa.Raccontare queste storie, farle vivere non è solo un fatto di promozione (dei prodotti e del territorio), ma è il recupero di una idea di vita che abbiamo smarrito, stiamo lentamente cercando di recuperarla, dovremo fare ancora moltissimo per farla affermare; si muove in una logica di sviluppo sostenibile e quindi di modello di sviluppo più in armonia con l’ambiente e con la necessità di risolvere le ancora troppe disuguaglianze sociali che ci sono.In Provincia di Napoli c’è la famosissima mozzarella di bufala, ma è più interessante per noi, dare visibilità al fior di latte di Agerola, ai caprini e al provolone del monaco della Penisola Sorrentina. I Monti Lattari sono un grande territorio che guarda dall’alto la straordinaria e più fortunata costiera sorrentina, in un susseguirsi di viste mozzafiato, ma ancora di più conserva i saperi e i sapori che fanno grande il turismo in quell’area. Ma non sempre il turismo ne ha consapevolezza e non sempre stabilisce un rapporto di mutuo soccorso, non capendo che il mantenimento di quella zona pedemontana e montana è esattamente omologa al mantenimento del turismo costiero.Vorremmo dare visibilità al lavoro che stiamo facendo sul recupero della razza bovina agerolese (sta solo sui Monti Lattari), a quello per il recupero della capra napoletana, a quello della tutela e conservazione delle essenze floristiche come patrimonio di biodiversità, alle straordinarie bellezze ambientali e paesaggistiche. Per fare questo dobbiamo dare riconoscimento reddituale e sociale agli uomini e alle donne che ancora, tra mille sacrifici, continuano a restare in montagna. Tutti devono sentirsi impegnati rispetto a questo obiettivo.La speranza è che le vie del latte, così come la via lattea, ci indichi il percorso migliore per arrivarci.
ITINERARI PER UNA CARTA DEI PAESAGGI DELL’OLIVO E DELL’OLIO
Premessa Il presente documento costituisce la traccia per un percorso che coinvolge l’ambiente di vita, le popolazioni, le amministrazioni e tutti i soggetti scientifici, economici e culturali che si impegnano a ritrovare modi di essere e di operare nella condizione del presente su tematiche di riferimento fondamentali, che possono essere ricondotte nel loro insieme al paesaggio.L’itinerario che proponiamo è un primo passo per un lavoro più complesso e articolato di intreccio delle molte tematiche che nei paesaggi dell’olio si possono sviluppare; esso prevede momenti futuri di incontro e di ricomposizione di valori, conoscenze e capacità di cui sono portatori i diversi soggetti partecipanti.Proponiamo, pertanto, un cammino in divenire che non ha solo lo scopo di apparentare idealmente chi è interessato ad operare per il buon governo della campagna, ma anche di farsi strumento attivo di riflessione e di lavoro, ponendo le basi per un approccio condiviso e aperto al tema del paesaggio agrario e a quello dell’olivo e dell’olio in specifico.1) Paesaggio e paesaggi dell’olioUn approccio costruttivo alla questione del paesaggio implica l’accezione di esso non come oggetto di semplici istanze estetiche, bensì come prodotto delle azioni della comunità nel corso del tempo. Ciò è in conformità con quanto espresso nella Convenzione europea del Paesaggio (2000): “Paesaggio designa una determinata parte di territorio, così come è percepita dalle popolazioni, il cui carattere deriva dall’azione di fattori naturali e/o umani e dalle loro interrelazioni” (Cap. 1, art. 1).Il paesaggio, dunque, inteso come composizione integrata, pur nella necessaria sua evoluzione, non può derogare al proprio genius loci, all’identità composita che lo connota, garantita dalla fedeltà agli elementi che nel tempo hanno configurato il suo formarsi.Non a caso si è parlato di “paesaggi”, in quanto molteplici sono i volti che assumono nell’area mediterranea. Pertanto, se è impensabile proporre un unico modello di descrizione, interpretazione e gestione, possono essere invece condivisi e fondanti le modalità e i criteri di lettura, di valutazione e di intervento.I paesaggi dell’olio sono espressione della cultura e della storia dell’uomo. La grande disponibilità di manodopera ed il suo basso costo hanno spinto l’uomo ad estendere le coltivazioni in zone meno adatte alle specie più comuni a cui venivano assegnati i siti più favorevoli. L’olivo, pianta molto rustica ed adatta alle più svariate condizioni pedologiche, ha consentito di utilizzare areali popolati da essenze boschive o di macchia.Motivi economici ed estetici assumono un valore di coesione legato alla lunga esperienza delle comunità del Mediterraneo. Il pane, il vino e l’olio costituiscono gli elementi su cui si fondano le sacralità di tutte le religioni di questa area geografica.La coltivazione è un requisito fondamentale per la configurazione del paesaggio dell’olivo. 2) Obiettivi di un’azione condivisaNei processi di cambiamento dei paesaggi, tra tradizione e innovazione, e nelle mutazioni delle tecnologie del lavoro umano emerge l’importanza storica e attuale della ruralità. Fondamentale diviene la percezione sociale del paesaggio, intesa come un processo di apprendimento (reciproco e amichevole) fra esperti, amministratori e comunità locali. In tale percezione i fenomeni naturali, le azioni umane, le temporalità e le diverse interiorizzazioni anche personali si concludono nel riconoscimento, nella attribuzione di valori comuni e nella loro traduzione in linguaggi condivisi.In tal senso è necessario prendere atto di alcune problematiche significative che riguardano allo stesso tempo le valutazioni e le metodologie di intervento 1. approfondire le crescenti analogie tra la densificazione del paesaggio urbano e la monocoltivazione del paesaggio agricolo;2. considerare la rilevanza delle differenti dinamiche temporali delle produzioni agricole;3. considerare la fisiologica incertezza della produzione causata dalla diversificazione della domanda di mercato, dalle annate produttive negative, ecc.;4. abbandonare gli irreali conservatorismi paesaggistici incapaci di dialogare con le dinamiche economiche reali; 5. accettare l’idea che la qualità del prodotto senza salvaguardare il complesso sistema che permette la sua produzione, cioè il paesaggio, non sia più sufficiente per competere sul mercato globale; 6. riconoscere le forze e le risorse più adatte allo sviluppo di nuovi usi del territorio;7. concepire il paesaggio come risorsa unitaria e specifica.2.1) aspetti naturalistici La tutela del genoma olivicolo e delle cultivar autoctone è§ fondamentale per il mantenimento della biodiversità dei paesaggi dell’olivo. E’ importante la tutela dei pedopaesaggi e la conservazione dei suoli§ afferenti alla coltivazione dell’olivo, come pure una classificazione pedoclimatica finalizzata alla gestione sostenibile dei diversi paesaggi olivicoli. E’ necessaria una mappatura pluristratificata dei paesaggi§ dell’olivo e dell’olio al fine di arrivare ad una conoscenza preliminare che consenta un’azione efficace. Essa prevede l’individuazione dei paesaggi, ne analizza le caratteristiche nonché le dinamiche e le pressioni che li modificano e ne segue le trasformazioni. Si propone l’istituzione di un Osservatorio§ Permanente, in sinergia con l’Associazione Nazionale delle Città dell’Olio, con l’obiettivo di: a. raccogliere documentazione acquisibile attraverso la storia degli insediamenti, l’archeologia, la storia culturale e materiale, le fonti archivistiche e iconografiche, i rilievi fotografici, le fonti orali e le tradizioni popolari;b. favorire la diffusione di un’etica della responsabilità;c. formare ed educare specialisti nel settore della conoscenza e dell’intervento tramite sinergie con il mondo accademico, con gli enti pubblici e con le associazione di categoria nonché promuovere iniziative nelle scuole.2.2) aspetti architettoniciL’architettura rurale nelle sue unità costitutive, singole e di insieme, in quanto testimonianza materiale di civiltà, è da considerarsi bene culturale e come tale soggetto a norme di recupero e valorizzazione nell’ambito delle iniziative di tutela paesaggistica.Attraverso una preliminare fase di conoscenza delle tipologie architettoniche, delle tecniche e dei materiali utilizzati nel tempo dalle culture locali, occorre elaborare un progetto per lo studio e la possibilità del loro impiego e adeguamento con l’integrazione di appropriate tecnologie, al fine di perseguire l’obiettivo della loro conservazione, restauro e riuso.ConclusioniLa Carta, in questa sua prima formulazione, non esaurisce il tema in oggetto e si pone come strumento di confronto e di dibattito nelle varie realtà legate al paesaggio dell’olivo e dell’olio. Caiazzo, 27 febbraio 2004Enrico Lupi, Presidente dell’Associazione Nazionale Città dell’OlioStefano Giaquinto, Sindaco di Caiazzo (CE)Michele Bianco, Dirigente Assessorato all’Agricoltura della Regione CampaniaGiovanni Alessandri, Presidente della Comunità Montana del Monte Amiata – Area grossetanaMaria Beatrice Bettazzi, Docente di Storia dell’Architettura all’Università degli Studi di BolognaVito Nicola Damato, Assessore all’Agricoltura del Comune di Bitetto (BA)Sveva Di Martino, Direttrice del Museo dell’Olio della Sabina – Castelnuovo di Farfa (RI)Ermanno Masiello, Sindaco di Raviscanina (CE)Stefano Mazzoleni, Docente di Ecologia Vegetale all’Università degli Studi “Federico II” di NapoliRita Micarelli, Comitato Scientifico dell’Atelier dei Paesaggi MediterraneiRaffaele Milani, Docente di Estetica all’Università degli Studi di BolognaAndrea Morpurgo, Docente di Storia dell’Architettura all’Università degli Studi di BolognaMario Perilli, Vice Presidente della Provincia di RietiFrancesco Pistilli, Architetto – Associazione Città PaesaggioGiorgio Pizziolo, Docente di Urbanistica all’Università degli Studi di FirenzeGiuseppe Pugliano, Agronomo – Docente emerito all’Università degli Studi “Federico II” di NapoliRaffaele Sacchi, Docente di Tecnologie degli Oli all’Università degli Studi “Federico II” di NapoliTommaso Sgueglia, Assessore alle Attività Culturali ed Economiche del Comune di Caiazzo (CE)Nicola Sorbo, Presidente dell’Associazione Città PaesaggioNicola Stolfi, Responsabile Area Territorio e Ambiente della Confederazione Italiana AgricoltoriFabio Terribile, Docente di Pedologia all’Università degli Studi “Federico II” di Napoli
Intervista a Vincenzo Falco Assessore all’agricoltura e sviluppo sostenibile della Provincia di Napoli
Da Sorrento al Vesuvio, da Capri a Ischia e Procida trionfa il gusto. I sapori della provincia di Napoli in vetrina a Grosseto.L’impegno della Provincia di Napoli in una kermesse di grande respiro, Festambiente, ormai alla 14.ma edizione, nel cuore della Maremma toscana, ha confermato la grande attenzione del pubblico rivolta ai prodotti tipici della terra del sud ma in molti casi ai più del tutto sconosciuti. Abbiamo chiesto all’Assessoreagricoltura e sviluppo sostenibile dell’Ente di Piazza Matteotti, Vincenzo Falco, quali i criteri che hanno guidato la partecipazione a Festambiente?
Falco:Il progetto “I sapori della provincia di Napoli” rappresenta una occasione per innescare un meccanismo nuovo e produttivo attraverso un vero e proprio “riconoscimento” rivolto a pizzerie, trattorie, ristoranti, alberghi e piccoli esercizi commerciali specializzati che sottoscriveranno un codice di comportamento, da monitorare nel tempo e basato su alcune semplici “regole”.La grande cucina nasce nei campi, dove gli agricoltori hanno saputo trarre dalla terra prodotti unici che bisogna difendere e sviluppare sempre più.La grande tradizione gastronomica però è anche quella dei prodotti del nostro mare, in particolare il pesce azzurro troppo spesso sacrificato in nome di una progressiva omologazione del gusto. Solo dalla unificazione di questi mondi, dalle diverse intelligenze che esistono, è possibile rilanciare un “marchio” di qualità territoriale. La scommessa è quella di costruire un’alleanza tra mondo agricolo che deve puntare sempre più sulla qualità dei prodotti, mondo della trasformazione dei prodotti agricoli che deve puntare su sistemi innovativi e rispettosi delle qualità originarie, e mondo della ristorazione che deve sempre più utilizzare, interpretandole al meglio, le grandi qualità dei prodotti tipici e tradizionali. La Provincia di Napoli sosterrà questo dialogo e questa alleanza strategica.
Quali i vantaggi di questa iniziativa?Falco: I vantaggi di questo progetto, che con dedizione stiamo seguendo e curando da due anni, sono legati alla costruzione della “filiera breve” aziende agricole - aziende commerciali con enormi benefici per le stesse realtà produttive e per i consumatori porteranno in progressivo ad una maggiore qualificazione di entrambi i settori che incominceranno a parlarsi direttamente e con il conseguimento di un maggior valore aggiunto legato alla specializzazione e all’identificazione territoriale. Un altro elemento di valore aggiunto si potrà conseguire dalla comunicazione istituzionale messa in campo dalla Provincia, come identificazione dell’istituzione presente sul territorio, che attuerà codificazione mirata elaborando una guida sui sapori della provincia ed inserendo i nominativi degli aderenti nel proprio sito web, curando in modo particolare poi tutti i momenti fieristici ed espositivi cui normalmente partecipa l’Ente di piazza Matteotti.
Avete già disegnato una mappa tematica rivolta all’utenza da gestire?
Falco: Abbiamo determinato cinque circuiti diversi e schematizzati secondo un criterio di pertinenza tematica di grande fruibilità per gli utenti che verranno coinvolti,- il circuito dei prodotti dell’eccellenza (cibo-vino) elaborati dai grandissimi cuochi che rileggono la cucina regionale dandogli respiro internazionale;- il circuito dei prodotti di qualità, interpretati dai tantissimi ottimi ristoranti, nel rispetto della tradizione regionale;- il circuito delle trattorie e delle pizzerie di qualità in alternativa al fast-food che, partendo dall’uso di prodotti tipici, possano offrire un giusto equilibrio tra qualità e prezzo, nei tempi sempre più veloci della società moderna;- il circuito degli alberghi dove troppo spesso, in nome di una falsa interpretazione del gusto internazionale, si sacrificano le produzioni tipiche locali non cogliendo invece la grande attenzione dei clienti che sono sempre più attenti al gusto legato al territorio;- il circuito dei piccoli negozi, già penalizzati dalla prepotenza della Grande Distribuzione, che possono ritrovare un proprio ruolo proprio nella specializzazione legata alla distribuzione dei prodotti tipici e tradizionali;- il circuito degli agriturismo su cui dovrà innescarsi un meccanismo ancora più coerente nel proporre i prodotti della terra, utilizzando anche uno scambio in rete dei propri prodotti agricoli.Domenica 25 agosto si è conclusa Festambiente a Grosseto, la chiusura della manifestazione è stata dedicata ai prodotti della “nostra terra” illustrati in un percorso degustativi che hasuggellato gli interventi dell’antropologo dell’Istituto Suor Orsola Benincasa Marino Niola, dei giornalisti de il Mattino e della stampa specializzata Ciro Cenatiempo e Pasquale Palma ed ha raccolto l’esperienza di “operai dei sapori” come Lei li ha giustamente definiti in altre occasioni, quali Riccardo D’Ambra da Ischia. Nell’ntervento al Convegno “I sapori della provincia di Napoli” Lei ha più volte sottolineato l’importanza dei prodotti come “segni” del territorio, ma quale è il bilancio di impatto di un’esperienza come quella fatta a Grosseto?Falco: “ La caponatina napoletana”, le freselle ed il pomodorino al piennolo del Vesuvio con l’olio Dop della Penisola Sorrentina, abbinati alla Falanghina Campi Flegrei delle “Cantine Grotte del Sole” insieme al Capri Doc de La “Capresnse” hanno troneggiato più che testimoniato l’enorme ricchezza di un territorio che non attende altro che essere esaltato nelle sue originarie vocazioni. Enorme successo è stato poi raccolto sempre durante la degustazione da un'altra elaborazione della cucina dei prodotti di eccellenza, la caprese con la mozzarella di bufala di Agerola in connubio con i pomodori “cuori di bue” e il basilico fresco di Sorrento, cui ha strizzato l’occhio un generoso Biancolella d’Ischia di Casa d’Ambra. Poi ancora la parmigiana di melanzane, le zucchine alla scapece, i peperoncini con pomodorini esaltati dalPiedirosso della Penisola Sorrentina della Cantina Iovine di Pmonte,ancora la pastiera gustata con il limoncello di Sant’Agnello della Cooperativa Solari e dal “Nucillo e’Curti” di Sant’Anastasia. Un trionfo di profumi ed aromi unici, che hanno conquistato il palato dei gourmet accorsi alla manifestazione nazionale di Legambiente.
Tanta l’affluenza di pubblico negli stand di Rispescia, ma quale è il livello reale di conoscenza dei prodotti del nostro territorio in altre zone di Italia?
Falco: Grande è la visibilità dell’oro rosso, il pomodoro San Marzano, ormai sedimentato nella mappa cognitiva dell’alimentazione a tutti i livelli,per il pomodorino al piennolo del Vesuvio il 35% dei soggetti intervistati e registrati attraverso questionari mirati sul prodotto ha mostrato di conoscerne provenienza e fruibilità,completamente sconosciuti il “provolone del monaco” e la marmellata di albicocche del Vesuvio cui sono stati dedicati due laboratori del gusto ad hoc il 17 agosto, altro capitolo di lavoro di comunicazione e promozione da fare è per la “mela annurca” di cui nelle altre regioni di Italia non si ha assolutamente conoscenza e che sarà invece protagonista al prossimo Salone del Gusto a Torino in ottobre, per continuare a lanciare in grande stile una campagna di promozione dei valori e dei saperi dei prodotti tipici del nostro territorio.
Falco:Il progetto “I sapori della provincia di Napoli” rappresenta una occasione per innescare un meccanismo nuovo e produttivo attraverso un vero e proprio “riconoscimento” rivolto a pizzerie, trattorie, ristoranti, alberghi e piccoli esercizi commerciali specializzati che sottoscriveranno un codice di comportamento, da monitorare nel tempo e basato su alcune semplici “regole”.La grande cucina nasce nei campi, dove gli agricoltori hanno saputo trarre dalla terra prodotti unici che bisogna difendere e sviluppare sempre più.La grande tradizione gastronomica però è anche quella dei prodotti del nostro mare, in particolare il pesce azzurro troppo spesso sacrificato in nome di una progressiva omologazione del gusto. Solo dalla unificazione di questi mondi, dalle diverse intelligenze che esistono, è possibile rilanciare un “marchio” di qualità territoriale. La scommessa è quella di costruire un’alleanza tra mondo agricolo che deve puntare sempre più sulla qualità dei prodotti, mondo della trasformazione dei prodotti agricoli che deve puntare su sistemi innovativi e rispettosi delle qualità originarie, e mondo della ristorazione che deve sempre più utilizzare, interpretandole al meglio, le grandi qualità dei prodotti tipici e tradizionali. La Provincia di Napoli sosterrà questo dialogo e questa alleanza strategica.
Quali i vantaggi di questa iniziativa?Falco: I vantaggi di questo progetto, che con dedizione stiamo seguendo e curando da due anni, sono legati alla costruzione della “filiera breve” aziende agricole - aziende commerciali con enormi benefici per le stesse realtà produttive e per i consumatori porteranno in progressivo ad una maggiore qualificazione di entrambi i settori che incominceranno a parlarsi direttamente e con il conseguimento di un maggior valore aggiunto legato alla specializzazione e all’identificazione territoriale. Un altro elemento di valore aggiunto si potrà conseguire dalla comunicazione istituzionale messa in campo dalla Provincia, come identificazione dell’istituzione presente sul territorio, che attuerà codificazione mirata elaborando una guida sui sapori della provincia ed inserendo i nominativi degli aderenti nel proprio sito web, curando in modo particolare poi tutti i momenti fieristici ed espositivi cui normalmente partecipa l’Ente di piazza Matteotti.
Avete già disegnato una mappa tematica rivolta all’utenza da gestire?
Falco: Abbiamo determinato cinque circuiti diversi e schematizzati secondo un criterio di pertinenza tematica di grande fruibilità per gli utenti che verranno coinvolti,- il circuito dei prodotti dell’eccellenza (cibo-vino) elaborati dai grandissimi cuochi che rileggono la cucina regionale dandogli respiro internazionale;- il circuito dei prodotti di qualità, interpretati dai tantissimi ottimi ristoranti, nel rispetto della tradizione regionale;- il circuito delle trattorie e delle pizzerie di qualità in alternativa al fast-food che, partendo dall’uso di prodotti tipici, possano offrire un giusto equilibrio tra qualità e prezzo, nei tempi sempre più veloci della società moderna;- il circuito degli alberghi dove troppo spesso, in nome di una falsa interpretazione del gusto internazionale, si sacrificano le produzioni tipiche locali non cogliendo invece la grande attenzione dei clienti che sono sempre più attenti al gusto legato al territorio;- il circuito dei piccoli negozi, già penalizzati dalla prepotenza della Grande Distribuzione, che possono ritrovare un proprio ruolo proprio nella specializzazione legata alla distribuzione dei prodotti tipici e tradizionali;- il circuito degli agriturismo su cui dovrà innescarsi un meccanismo ancora più coerente nel proporre i prodotti della terra, utilizzando anche uno scambio in rete dei propri prodotti agricoli.Domenica 25 agosto si è conclusa Festambiente a Grosseto, la chiusura della manifestazione è stata dedicata ai prodotti della “nostra terra” illustrati in un percorso degustativi che hasuggellato gli interventi dell’antropologo dell’Istituto Suor Orsola Benincasa Marino Niola, dei giornalisti de il Mattino e della stampa specializzata Ciro Cenatiempo e Pasquale Palma ed ha raccolto l’esperienza di “operai dei sapori” come Lei li ha giustamente definiti in altre occasioni, quali Riccardo D’Ambra da Ischia. Nell’ntervento al Convegno “I sapori della provincia di Napoli” Lei ha più volte sottolineato l’importanza dei prodotti come “segni” del territorio, ma quale è il bilancio di impatto di un’esperienza come quella fatta a Grosseto?Falco: “ La caponatina napoletana”, le freselle ed il pomodorino al piennolo del Vesuvio con l’olio Dop della Penisola Sorrentina, abbinati alla Falanghina Campi Flegrei delle “Cantine Grotte del Sole” insieme al Capri Doc de La “Capresnse” hanno troneggiato più che testimoniato l’enorme ricchezza di un territorio che non attende altro che essere esaltato nelle sue originarie vocazioni. Enorme successo è stato poi raccolto sempre durante la degustazione da un'altra elaborazione della cucina dei prodotti di eccellenza, la caprese con la mozzarella di bufala di Agerola in connubio con i pomodori “cuori di bue” e il basilico fresco di Sorrento, cui ha strizzato l’occhio un generoso Biancolella d’Ischia di Casa d’Ambra. Poi ancora la parmigiana di melanzane, le zucchine alla scapece, i peperoncini con pomodorini esaltati dalPiedirosso della Penisola Sorrentina della Cantina Iovine di Pmonte,ancora la pastiera gustata con il limoncello di Sant’Agnello della Cooperativa Solari e dal “Nucillo e’Curti” di Sant’Anastasia. Un trionfo di profumi ed aromi unici, che hanno conquistato il palato dei gourmet accorsi alla manifestazione nazionale di Legambiente.
Tanta l’affluenza di pubblico negli stand di Rispescia, ma quale è il livello reale di conoscenza dei prodotti del nostro territorio in altre zone di Italia?
Falco: Grande è la visibilità dell’oro rosso, il pomodoro San Marzano, ormai sedimentato nella mappa cognitiva dell’alimentazione a tutti i livelli,per il pomodorino al piennolo del Vesuvio il 35% dei soggetti intervistati e registrati attraverso questionari mirati sul prodotto ha mostrato di conoscerne provenienza e fruibilità,completamente sconosciuti il “provolone del monaco” e la marmellata di albicocche del Vesuvio cui sono stati dedicati due laboratori del gusto ad hoc il 17 agosto, altro capitolo di lavoro di comunicazione e promozione da fare è per la “mela annurca” di cui nelle altre regioni di Italia non si ha assolutamente conoscenza e che sarà invece protagonista al prossimo Salone del Gusto a Torino in ottobre, per continuare a lanciare in grande stile una campagna di promozione dei valori e dei saperi dei prodotti tipici del nostro territorio.
Il ritorno di Dioniso
Il ritorno di Dioniso – Piacere e conoscenza nell’umanesimo psicologico ed esistenziale 29-31 maggio 2003-05-28
“Protezione e produzione delle coltivazioni tipiche. La conservazione del patrimonio rurale e storico”
Sintesi dell’intervento dell’assessore all’agricoltura della Provincia di Napoli, Enzo Falco
Cosa sarebbe la Penisola Sorrentina senza le pagliarelle a protezione della limonicoltura? Cosa sarebbero i Campi Flegrei senza la vite, peraltro, ancora su piede franco? Cosa Ischia senza i vigneti a 600 metri d’altezza? Cosa perderemmo se non avessimo, qui, proprio in Campania, il più ricco e ampio panorama ampelografico fatto di svariati vitigni che sono solo qui? Cosa sarebbe il Vesuvio e lo stesso Parco Nazionale senza le 80 diverse cultivar di albicocche? Senza i pomodorini al piennolo? Senza il Lacrima Christi? L’elenco potrebbe essere lunghissimo e potrebbe riguardare tutti i diversi territori in Provincia di Napoli o della Campania e perché no del mondo intero.Il mondo non sarebbe uguale; perderemmo qualcosa che non è solo il piacere di un gusto che ci piace perché diverso in ogni luogo (del mondo intero); perderemmo un patrimonio di biodiversità che è straordinario; perderemmo un patrimonio di conoscenze antico quanto il mondo; perderemmo la nostra stessa identità di persone, artefici positivi della propria storia.Eppure, negli ultimi 50 anni abbiamo perso circa 300 specie vegetali. L’alimentazione è legata a solo 30 specie vegetali e progressivamente si rischia di perdere un patrimonio di sapori e di saperi che è stato costruito in millenni di storia.Il rischio, che peraltro si appalesa come un’ulteriore guerra tra gli Stati Uniti e l’Europa sulla commercializzazione dei cibi geneticamente modificati, è di perdere ulteriormente terreno.Il problema è sempre, purtroppo, legato ai grandi interessi delle multinazionali che vogliono il controllo del mercato mondiale dell’alimentazione costringendoci a mangiare cose che non sanno di niente o tuttalpiù che hanno tutte lo stesso sapore. Come dire, mangiamo sempre hamburger fatto con carne dello stesso sapore, insalata uguale dappertutto, vino che sa sempre di nulla (casomai lo si fa un po’ più scuro, un po’ più acido, un po’ meno alcolico).Vogliono rubarci anche l’anima. In nome di un business che riguarda e riguarderà sempre e solo pochi gruppi di potere economico.Scomparirà la mela annurca e i melai dove vengono arrossate, scomparirà la ciliegia di Chiaiano, scompariranno i friarielli. Assieme a loro scompariranno le identità territoriali ed anche gli uomini e le storie che hanno nel tempo costruito quelle identità.Viene in mente la storia di Mario D’Ambra, splendidamente scritta da Manuela Piancastelli per Veronelli Editore. La storia di un uomo che ha fatto grande l’enologia ischitana e ha rischiato di perdere tutto per un accordo commerciale con una multinazionale svizzera che era interessata (al business in particolare) all’acqua termale più che al vino e aveva costretto l’azienda addirittura a fare un vino “vergognoso” per il mercato americano, snaturando la vera forza del vino ischitano che è quello di essere espressione vera di un territorio, bellissimo, affascinante costruito da uomini che hanno versato lacrime e sangue per farlo diventare quello che è oggi.L’agricoltura, la cultura della ruralità non è importante solo ed esclusivamente per i beni prodotti, ma ha un valore storico, naturalistico, ambientale, paesaggistico, di manutenzione del territorio, di presidio del territorio.Ecco che allora la strada da seguire non è solo quella di opporsi ad un modello di sviluppo che aggredisce,distrugge, snatura, in nome di una ricchezza che riguarda pochi. Il modello da seguire è quello di guardarsi indietro, recuperare le fortissime identità storiche dei luoghi, le colture che hanno da sempre caratterizzato quei luoghi, rifarli diventare belli, rimettere amore nella cura di noi stessi e quindi in ciò che ci circonda.Dobbiamo incominciare ad abbattere i “mostri” che sono nei nostri territori e che sono altresì in noi stessi; dobbiamo recuperare i nostri casolari (possibilmente in funzione agrituristica) perché rappresentano un valore storico ed architettonico straordinario; dobbiamo ripristinare, ad esempio, le viti maritate ai pioppi (anche se non danno grandissimi vini, nonostante il successo dell’asprinio d’Aversa), ripristinare la coltivazione del pomodoro San Marzano, delle albicocche vesuviane, dei pomodorini al pieno, dei friarielli, dei mille diversi fagioli, delle mille pere, delle mille mele. Dobbiamo ritrovare il piacere ed il gusto di mangiare il pane che sa di pane, dei cocomeri che sanno di cocomeri, della frutta che sa di frutta, del pesce azzurro che non può che essere fresco a differenza di tantissime specie che invadono in modo omologante i nostri mercati. Ma dobbiamo avere chiara l’idea che questi buoni prodotti, consumati nella stagione giusta, devono costare un po’ di più e questo qualcosa in più deve rimanere nelle mani dei piccoli agricoltori che in tutto il mondo hanno fatto una scelta d’amore ma che non possono essere penalizzati per questo. L’amore che mettono nei loro prodotti lo ritroviamo esattamente nei sapori e nella sicurezza alimentare e quindi è giusto restituire loro il riconoscimento economico e sociale che gli spetta.Attenzione non si sta proponendo di tornare indietro nel tempo, all’età della candela. Anzi, questo processo di recupero dei prodotti, del patrimonio rurale e storico passa anche attraverso l’innovazione tecnologica, la ricerca scientifica e la modernizzazione. Sarebbe impensabile ripristinare la coltivazione della canapa (che ha una storia stupenda in Campania) e tornare alle immani fatiche di una volta quando c’erano i “lagnatari” che facevano innumerevoli immersioni sott’acqua per sommergere i fasci di canapa per farla macerare. Dobbiamo lavorare insieme per cercare soluzioni certe e naturali anche in termini di sicurezza e dignità dei lavoratori della terra. Ma non possiamo cedere alle lusinghe del prodotto alimentare “industrializzato” che ci porta ai danni della “mucca pazza” o ai prodotti alla diossina. Sulla nostra salute non c’è negoziazione possibile.Bisogna ritornare ad un concetto di sviluppo che dia certezze, duri nel tempo, anche a beneficio delle future generazioni, che sia armonico con la natura, che dia piacere, felicità e qualità della vita. In questo “il ritorno di Dioniso” può darci una mano…
“Protezione e produzione delle coltivazioni tipiche. La conservazione del patrimonio rurale e storico”
Sintesi dell’intervento dell’assessore all’agricoltura della Provincia di Napoli, Enzo Falco
Cosa sarebbe la Penisola Sorrentina senza le pagliarelle a protezione della limonicoltura? Cosa sarebbero i Campi Flegrei senza la vite, peraltro, ancora su piede franco? Cosa Ischia senza i vigneti a 600 metri d’altezza? Cosa perderemmo se non avessimo, qui, proprio in Campania, il più ricco e ampio panorama ampelografico fatto di svariati vitigni che sono solo qui? Cosa sarebbe il Vesuvio e lo stesso Parco Nazionale senza le 80 diverse cultivar di albicocche? Senza i pomodorini al piennolo? Senza il Lacrima Christi? L’elenco potrebbe essere lunghissimo e potrebbe riguardare tutti i diversi territori in Provincia di Napoli o della Campania e perché no del mondo intero.Il mondo non sarebbe uguale; perderemmo qualcosa che non è solo il piacere di un gusto che ci piace perché diverso in ogni luogo (del mondo intero); perderemmo un patrimonio di biodiversità che è straordinario; perderemmo un patrimonio di conoscenze antico quanto il mondo; perderemmo la nostra stessa identità di persone, artefici positivi della propria storia.Eppure, negli ultimi 50 anni abbiamo perso circa 300 specie vegetali. L’alimentazione è legata a solo 30 specie vegetali e progressivamente si rischia di perdere un patrimonio di sapori e di saperi che è stato costruito in millenni di storia.Il rischio, che peraltro si appalesa come un’ulteriore guerra tra gli Stati Uniti e l’Europa sulla commercializzazione dei cibi geneticamente modificati, è di perdere ulteriormente terreno.Il problema è sempre, purtroppo, legato ai grandi interessi delle multinazionali che vogliono il controllo del mercato mondiale dell’alimentazione costringendoci a mangiare cose che non sanno di niente o tuttalpiù che hanno tutte lo stesso sapore. Come dire, mangiamo sempre hamburger fatto con carne dello stesso sapore, insalata uguale dappertutto, vino che sa sempre di nulla (casomai lo si fa un po’ più scuro, un po’ più acido, un po’ meno alcolico).Vogliono rubarci anche l’anima. In nome di un business che riguarda e riguarderà sempre e solo pochi gruppi di potere economico.Scomparirà la mela annurca e i melai dove vengono arrossate, scomparirà la ciliegia di Chiaiano, scompariranno i friarielli. Assieme a loro scompariranno le identità territoriali ed anche gli uomini e le storie che hanno nel tempo costruito quelle identità.Viene in mente la storia di Mario D’Ambra, splendidamente scritta da Manuela Piancastelli per Veronelli Editore. La storia di un uomo che ha fatto grande l’enologia ischitana e ha rischiato di perdere tutto per un accordo commerciale con una multinazionale svizzera che era interessata (al business in particolare) all’acqua termale più che al vino e aveva costretto l’azienda addirittura a fare un vino “vergognoso” per il mercato americano, snaturando la vera forza del vino ischitano che è quello di essere espressione vera di un territorio, bellissimo, affascinante costruito da uomini che hanno versato lacrime e sangue per farlo diventare quello che è oggi.L’agricoltura, la cultura della ruralità non è importante solo ed esclusivamente per i beni prodotti, ma ha un valore storico, naturalistico, ambientale, paesaggistico, di manutenzione del territorio, di presidio del territorio.Ecco che allora la strada da seguire non è solo quella di opporsi ad un modello di sviluppo che aggredisce,distrugge, snatura, in nome di una ricchezza che riguarda pochi. Il modello da seguire è quello di guardarsi indietro, recuperare le fortissime identità storiche dei luoghi, le colture che hanno da sempre caratterizzato quei luoghi, rifarli diventare belli, rimettere amore nella cura di noi stessi e quindi in ciò che ci circonda.Dobbiamo incominciare ad abbattere i “mostri” che sono nei nostri territori e che sono altresì in noi stessi; dobbiamo recuperare i nostri casolari (possibilmente in funzione agrituristica) perché rappresentano un valore storico ed architettonico straordinario; dobbiamo ripristinare, ad esempio, le viti maritate ai pioppi (anche se non danno grandissimi vini, nonostante il successo dell’asprinio d’Aversa), ripristinare la coltivazione del pomodoro San Marzano, delle albicocche vesuviane, dei pomodorini al pieno, dei friarielli, dei mille diversi fagioli, delle mille pere, delle mille mele. Dobbiamo ritrovare il piacere ed il gusto di mangiare il pane che sa di pane, dei cocomeri che sanno di cocomeri, della frutta che sa di frutta, del pesce azzurro che non può che essere fresco a differenza di tantissime specie che invadono in modo omologante i nostri mercati. Ma dobbiamo avere chiara l’idea che questi buoni prodotti, consumati nella stagione giusta, devono costare un po’ di più e questo qualcosa in più deve rimanere nelle mani dei piccoli agricoltori che in tutto il mondo hanno fatto una scelta d’amore ma che non possono essere penalizzati per questo. L’amore che mettono nei loro prodotti lo ritroviamo esattamente nei sapori e nella sicurezza alimentare e quindi è giusto restituire loro il riconoscimento economico e sociale che gli spetta.Attenzione non si sta proponendo di tornare indietro nel tempo, all’età della candela. Anzi, questo processo di recupero dei prodotti, del patrimonio rurale e storico passa anche attraverso l’innovazione tecnologica, la ricerca scientifica e la modernizzazione. Sarebbe impensabile ripristinare la coltivazione della canapa (che ha una storia stupenda in Campania) e tornare alle immani fatiche di una volta quando c’erano i “lagnatari” che facevano innumerevoli immersioni sott’acqua per sommergere i fasci di canapa per farla macerare. Dobbiamo lavorare insieme per cercare soluzioni certe e naturali anche in termini di sicurezza e dignità dei lavoratori della terra. Ma non possiamo cedere alle lusinghe del prodotto alimentare “industrializzato” che ci porta ai danni della “mucca pazza” o ai prodotti alla diossina. Sulla nostra salute non c’è negoziazione possibile.Bisogna ritornare ad un concetto di sviluppo che dia certezze, duri nel tempo, anche a beneficio delle future generazioni, che sia armonico con la natura, che dia piacere, felicità e qualità della vita. In questo “il ritorno di Dioniso” può darci una mano…
Il coniglio da fossa ischitano
Che cosa significa un presidio Slow Food sul Coniglio di fossa di Ischia? Nella scelta della Provincia di Napoli, che ha sposato in pieno la filosofia dei presidi per la valenza che Slow Food da ai veri protagonisti dei sapori e cioè i produttori, c’è la consapevolezza che solo creando esempi significativi è possibile invertire i processi di sviluppo che ci hanno portato a produrre veri e propri disastri. Tutti ricorderanno che cosa ha significato, per esempio, un processo di industrializzazione legato all’allevamento animale. La mucca pazza, il pollo alla diossina, non sono venuti per caso ma sono stati il risultato inevitabile di quei processi.Se tanto mi da tanto……allora bisogna percorrere altre strade che assumano lo sviluppo sostenibile come strada maestra in ogni campo: coniugare lo sviluppo alla tutela e la valorizzazione del territorio, al benessere degli animali, all’equità sociale, che deve vedere riconosciuto ai produttori il giusto reddito e il legittimo riconoscimento sociale.Il Presidio sul Coniglio di fossa, così come quello sul pomodoro S. Marzano, sui pomodorini al piennolo, sull’albicocca vesuviana, sui carciofi di Schito di Castellammare di Stabia, s’inquadra esattamente in questa strategia.Non è semplice né facile, per questo, ai produttori, a partire dal grande animatore di questo presidio, Riccardo D’Ambra, va tutto l’augurio necessario a che il progetto vada a buon fine. E’ un fatto innanzitutto di cultura della terra che, in un’isola come Ischia, assume un valore doppio.
Ancora sui sapori
Il progetto “I sapori della provincia di Napoli” rappresenta una occasione per innescare un meccanismo nuovo e produttivo attraverso un vero e proprio “riconoscimento” rivolto a pizzerie, trattorie, ristoranti, alberghi e piccoli esercizi commerciali specializzati che sottoscriveranno un codice di comportamento, da monitorare nel tempo e basato su alcune semplici “regole”.La grande cucina nasce nei campi, dove gli agricoltori hanno saputo trarre dalla terra prodotti unici che bisogna difendere e sviluppare sempre più.Ma è anche quella dei prodotti del nostro mare, in particolare il pesce azzurro troppo spesso sacrificato in nome di una progressiva omologazione del gusto. Solo dalla unificazione di questi mondi, dalle diverse intelligenze che esistono, è possibile rilanciare un “marchio” di qualità territoriale. La scommessa è quella di costruire un’alleanza tra mondo agricolo che deve puntare sempre più sulla qualità dei prodotti, mondo della trasformazione dei prodotti agricoli che deve puntare su sistemi innovativi e rispettosi delle qualità originarie, e mondo della ristorazione che deve sempre più utilizzare, interpretandole al meglio, le grandi qualità dei prodotti tipici e tradizionali. La Provincia di Napoli sosterrà questo dialogo e questa alleanza strategica.A questo proposito si possono determinare cinque circuiti diversi:- il circuito dei prodotti dell’eccellenza (cibo-vino) elaborati dai grandissimi cuochi che rileggono la cucina regionale dandogli respiro internazionale;- il circuito dei prodotti di qualità, interpretati dai tantissimi ottimi ristoranti, nel rispetto della tradizione regionale;- il circuito delle trattorie e delle pizzerie di qualità in alternativa al fast-food che, partendo dall’uso di prodotti tipici, possano offrire un giusto equilibrio tra qualità e prezzo, nei tempi sempre più veloci della società moderna recuperando una antica tradizione napoletana, “il mangiar per strada”;- il circuito degli alberghi dove troppo spesso, in nome di una falsa interpretazione del gusto internazionale, si sacrificano le produzioni tipiche locali non cogliendo invece la grande attenzione dei clienti che sono sempre più attenti al gusto legato al territorio;- il circuito dei piccoli negozi, già penalizzati dalla prepotenza della Grande Distribuzione, che possono ritrovare un proprio ruolo proprio nella specializzazione legata alla distribuzione dei prodotti tipici e tradizionali;- il circuito degli agriturismo su cui dovrà innescarsi un meccanismo ancora più coerente nel proporre i prodotti della terra, utilizzando anche uno scambio in rete dei propri prodotti agricoli.I vantaggi di questa iniziativa sono legati alla costruzione della cosiddetta filiera breve aziende agricole – aziende commerciali con enormi benefici per le stesse e per i consumatori; una maggiore qualificazione di entrambi i settori che incominceranno a parlarsi direttamente; un maggior valore aggiunto legato alla specializzazione e all’identificazione territoriale; la possibilità di coniugare sicurezza alimentare, qualità dei prodotti e dei servizi, conservazione delle biodiversità alimentari e culturali.Ci apprestiamo, quindi, a fare un viaggio nella eno-gastronomia campana i cui pilastri sono la pasta (nelle sue mille varietà di forme e confezioni), l’olio di oliva extravergine, i derivati del latte (con quell’autentica “regina” che è l’inimitabile “mozzarella di bufala”), i pomodori (il San Marzano e quelli al “piennolo” del Vesuvio), i vini, gli aromi che esaltano i sapori e favoriscono un’equilibrata assimilazione dei principi nutritivi della “dieta mediterranea”. A simbolo stesso della nostra cultura alimentare c’è, poi, la “pizza”, che è ormai diventata patrimonio dell’umanità: farina, acqua, sale, pomodoro, basilico, olio d’oliva e mozzarella per una portata che è più solare di una tavolozza e regge il paragone con l’impressionismo del “Soleil levant” di Claude Monet.Sono “I sapori della provincia di Napoli”.
I sapori della provincia di Napoli
Parigi val bene una messa…anzi una partecipazione della Provincia ad uno dei più importanti e interessanti saloni della enogastronomia, il Salone Saveurs che si è tenuto a Parigi dal 6 al 9 dicembre u.s.. In questi quattro giorni i francesi ( soprattutto operatori, giornalisti e addetti ai lavori) hanno potuto degustare mele annurche, limoni di sorrento, olio della penisola, pasta di Gragnano, pomodori san marzano e pomodorini al pennolo, provolone del monaco e tanti tantissimi altri prodotti.Nessuna provincia o regione nel mondo ha tanti prodotti di qualità. E nessuno ha un così forte legame con il territorio, con le sue bellezze naturali, archeologiche, monumentali. Una storia millenaria che può rappresentare il valore aggiunto di qualunque prodotto in una dimensione biunivoca dove si valorizzano entrambi ciascuno rispetto all’ altro. Tre sono stati in particolare i momenti importanti, al di là della consueta esposizione dei prodotti. Nel Grand Hotel Ritz di Parigi, in una delle più belle sale che affaccia sul giardino interno, l’ assessore all’ agricoltura della Provincia di Napoli, Enzo Falco, insieme al giornalista del Touring Club Luigi Cremona, hanno presentato la provincia e i prodotti legati ai diversi territori della provincia stessa.Napoli, i Campi Flegrei, il Vesuvio, le isole di Ischia, Procida e Capri, ecc… hanno esercitato un fascino particolare sui cinquanta tra operatori e giornalisti specializzati presenti.“ E’ stato davvero vincente - ha affermato Enzo Falco- l’ abbinamento prodotti – territorio e dare una dimensione innovativa della promozione” .Sempre al Ritz, Marco Sabellico del Gambero Rosso e Luigi Moio, professore di enologia alle Università di Napoli e di Foggia, hanno dato un panorama davvero completo del settore vitinicolo, non solo sul piano della degustazione ma anche e soprattutto sul piano scientifico e della ricerca sulla vite. Un vero e proprio successo, non solo dei vini dell’eccellenza che ormai annoverano tantissime etichette, ma anche dei vini che hanno un buon rapporto prezzo/qualità. Falanghina, Biancolella, Greco e Fiano per i vini bianchi, Piedirosso e Aglianico per i rossi, è stato importante dare il segno di una viticoltura che si fonda su vitigni autoctoni, esistenti prevalentemente solo in Campania. Il fatto poi che ci sono ormai tantissime aziende che stanno lavorando sulla qualità è stato l’ulteriore elemento di distinzione di una enologia che, partita in ritardo rispetto ad altre regioni, oggi sta facendo passi da gigante e può aspirare tranquillamente a giocare un ruolo importantissimo per fare da apripista a tantissimi altri prodotti che possono essere esportati all’estero.Grande serata, infine, al ristorante Il Cortile di Alain Ducasse, il più grande chef francese che sta da anni promuovendo i nostri prodotti e in generale quelli mediterranei, che, insieme a Gennaro Esposito di Torre del Saracino, hanno interpretato magistralmente i prodotti Campani. “Un bilancio assolutamente positivo - ha aggiunto l’ assessore Enzo Falco - il tempo è maturo però per lavorare ad un accordo di programma interistituzionale e interprofessionale perché la Campania sia presente, con una strategia unica, a tre grandi eventi internazionali, tre grandi eventi nazionali e possibilmente tre grandi eventi a Napoli e in Campania. La fortunata circostanza di avere, il prossimo anno, il congresso internazionale di Slow Food, sarà un’occasione formidabile per rilanciare il ruolo internazionale di Napoli e della Campania nel mondo. Non si potrà perdere l’occasione di mettere a punto una strategia di promozione dei nostri prodotti all’estero e di promuovere il territorio in senso turistico. Quella messa a punto dalla Provincia di Napoli va esattamente in questa direzione.Parigi ha rappresentato non solo la possibilità di penetrazione commerciale verso il paese che prima degli altri ha fatto della cultura enogastronomica la propria bandiera, ma ha sviluppato la possibilità di veicolare turismo francese verso la nostra provincia attraverso un’offerta più affascinante. Si è voluto promuovere il turismo culturale, naturalistico, agrituristico, enogastronomico. Un turismo intelligente, non aggressivo, possibilmente interessato a visitare i luoghi in periodi di non affollamento. La strategia si completerà con la visita di otto giornalisti di altrettante testate francesi specializzate che visiteranno, “gusteranno” il territorio e gli itinerari presentati a Parigi per parlarne e proporli ai propri lettori.Il passo successivo è organizzare dei veri e propri pacchetti turistici da proporre ai vari operatori. Un’occasione importante sarà il prossimo varo da parte della Regione Campania delle strade del vino. In provincia di Napoli ne avremo quattro: Vesuvio, Penisola sorrentina, Ischia e Campi Flegrei.Lo sforzo che dovremo fare è quello di saper coniugare, come dice un grande sociologo rurale, il prof. Barberis, “paesaggi e formaggi”, “panorami e salami”, in cui l’agricoltura e gli agricoltori potranno, dopo anni di abbandono, ritornare ad essere protagonisti di uno sviluppo integrato che, senza voler guardare indietro, possa essere ecocompatibile e sostenibile perché diventa fattore di riqualificazione di un territorio straordinario, troppo spesso ferito e abbandonato a se stesso. La nuova agricoltura può rappresentare un fattore determinante per lo sviluppo del nostro territorio se si metteranno in campo le strategie che, a partire da Parigi, la Provincia di Napoli a messo a punto. Sono, come è stato sancito con un protocollo d’intesa tra il mondo agricolo e quello della ristorazione e dell’ospitalità, “I SAPORI DELLA PROVINCIA DI NAPOLI”. Senza dimenticare che dietro ai sapori … ci sono tantissimi saperi da valorizzare.
I saperi e i sapori della nostra terra
Quand’ero ragazzo andavo spesso in campagna con mio padre. Mi affascinava la produzione della canapa, le viti maritate ai pioppi, le splendide produzioni di pomodoro S. Marzano. Mi affascinavano le fasi di lavorazione della canapa che continuavano nei palazzi contadini a corte.Quei luoghi, dove si svolgevano la maggior parte dei lavori agricoli di prima trasformazione, erano anche i luoghi del gioco, delle feste collettive, dei racconti degli anziani davanti ai falò dedicati a S. Antonio o a Carnevale. La vendemmia, la lavorazione della fibra recuperata dalla canapa, la cottura dei fagioli cannellini, quelli che crescevano sul terreno fertile dopo la raccolta della canapa, le giornate dedicate alle bottiglie di conserva del sugo di pomodoro S. Marzano, erano altrettanti momenti di gioia per tutti i ragazzi che si alzavano prestissimo per parteciparvi e non perdere neppure un attimo di quelle straordinarie atmosfere. Ad un certo punto si è rotto. Finalmente il tempo ha fatto comprendere il valore di questi prodotti, ha fatto finalmente imboccare la strada della qualità, del recupero delle biodiversità che sono un patrimonio di tutti. Ma c’è anche un clima generale che, dopo la grande sbornia di quella che mi piace definire l’ “agricoltura senza sapore”, si sta affermando. E’ un clima di attenzione rispetto all’agricoltura; è l’attenzione rispetto al suo valore ambientale, di tutela del territorio, di ripristino di antichi saperi e di antichi sapori della nostra terra.Caivano non è da meno, se si lavora però al rilancio dell’agricoltura, non solo con gli interventi di carattere istituzionale, ma se si riesce a far nascere un Consorzio per la valorizzazione dell’asparago, della fragola e dei tanti prodotti ortofrutticoli. E’ importante la nascita di un Consorzio perché deve costruire, con l’aiuto tecnico della Provincia e della Regione, un disciplinare di produzione che punti alla qualità e induca tutti ad adeguarsi a quegli standard di qualità che consentano una buona commercializzazione dei prodotti. L’altro grande passo è quello di orientarsi verso il biologico, passando per un sostanziale abbassamento dell’uso di fitofarmaci. Le colture biologiche, con il loro contenuto di sicurezza alimentare e rintracciabilità, saranno le vere protagoniste dei futuri mercati agroalimentare. Se ci aggiungiamo l’idea del parco agricolo che può dare un ulteriore valore aggiunto alle produzioni, il quadro diventa perfetto e si può immaginare l’agricoltura come settore portante di uno sviluppo sostenibile ed ecocompatibile perché ha anche un valore ambientale, paesaggistico e di manutenzione del territorio. Immaginiamo il recupero, per esempio, dell’architettura rurale delle “masserie”, il recupero delle viti maritate ai pioppi, i filari di noci che segnavano i confini delle proprietà agricole.E chissà che, al di là di accenti forse troppo romantici, non riusciremo a ritrovare esattamente quei saperi e sapori di un tempo...
L'agricoltura che verrà
Ha sicuramente ragione Roberto Ciuni che, su “Il Mattino” di sabato 2 febbraio u.s., nel commentare il dato positivo dell’occupazione (al di là di quello relativo al sommerso ancora esistente), afferma che c’è un progressivo ritorno alla campagna. Lo si giustifica anche con altri dati quali l’invivibilità delle città (anche nei piccoli centri il traffico inquina l’aria, la vita e anche la bellezza dei centri storici), l’attenzione culturale delle giovani generazioni, la ricerca di antichi sapori, il rinnovato interesse per un settore economico che, a partire da quello vitivinicolo, sta dimostrando che si può fare reddito e si può avere quel riconoscimento sociale che è sempre mancato. Stiamo parlando di economia vera se il solo mercato dei prodotti tipici vale 14.000 miliardi senza peraltro averne ancora sfruttato tutte le potenzialità.Quella che si sta affermando, a partire dalla crescita esponenziale delle imprese agricole che producono biologico, è una classe imprenditoriale agricola giovane, spesso al femminile, determinata e capace finalmente di interpretare la ricerca sempre più pressante di sicurezza alimentare, autenticità dei sapori e complessivamente una migliore qualità della vita.Di questi argomenti se ne è discusso il 25 e il 29 gennaio, nel convegno promosso dalla Coldiretti sulla nuova legge di orientamento in agricoltura e in quello organizzato dalla Provincia di Napoli che ha presentato uno studio sulla riorganizzazione della filiera ortofrutticola. La legge di orientamento sta accompagnando questa trasformazione anche dal punto di vista legislativo. La multifunzionalità delle imprese agricole, la caratterizzazione dell’agricoltore come imprenditore, l’attenzione alla sicurezza e rintracciabilità dei prodotti alimentari, la realizzazione dei distretti rurali e agroalimentari di qualità, la possibilità per le pubbliche amministrazioni di fare convenzioni e contratti di collaborazione con gli agricoltori che, manutentori per anni del territorio, si impegnano a continuarlo a fare, sono i capisaldi di una “nuova” agricoltura che può ritornare ad essere un settore/fattore importante per tutta l’economia. Anche il linguaggio ha la sua importanza perché non solo sancisce una trasformazione, ma determina un effetto moltiplicatore. In particolare in Campania, se riusciamo a rendere sinergici agricoltura, artigianato e turismo (anche nelle forme nuove in cui si sta sviluppando, quale quello enogastronomico), cioè i saperi, i sapori e le bellezze della nostra terra, possiamo imboccare un processo di sviluppo alternativo che guardi alla qualità della vita come opzione di fondo delle scelte politico amministrative.E’ possibile imboccare in modo più deciso questa strada?Se si lavora insieme, istituzioni e soggetti rappresentativi di questi settori, così come si sta facendo con il POR Campania agricoltura (i migliori risultati di tutto il POR), anche nel correggere quelle parti che alla luce delle prime applicazioni non hanno dato ancora buoni frutti, avremo sicuramente la possibilità di dare un ulteriore slancio a questa che si sta già affermando come la “nuova” agricoltura.
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