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domenica 25 gennaio 2009

L’ambientalismo del “fare” e il falso mito della crescita

E’ sotto gli occhi di tutti la stortura di uno sviluppo economico che si è voluto misurare e si continua a voler misurare solo ed esclusivamente con il reddito prodotto (Prodotto Interno Lordo):
1. le auto occupano gli spazi della città e hanno reso la nostra aria irrespirabile;
2. le risorse idriche ed energetiche, con il ritmo di consumo che abbiamo, che peraltro riguarda solo una parte del mondo, sono destinate a finire;
3. i rifiuti, al di là dei problemi di smaltimento che abbiamo già oggi, sono destinati a crescere vertiginosamente; stiamo facendo la fine della città di Leonia mirabilmente descritta da Italo Calvino;
4. negli ultimi 50 anni abbiamo perso circa 300 mila specie vegetali perdendo un patrimonio di biodiversità enorme e straordinario;
5. tutto questo riguarda, in particolare, una piccola parte del mondo mentre il resto vive nella più profonda delle povertà.
Che razza di mondo abbiamo costruito? Soprattutto se a fronte di questi aspetti negativi tutti, nessuno escluso, parlano solo ed esclusivamente di una maggiore “qualità della vita”.
Eppure già Antonio Genovesi nel XVIII secolo, da Napoli, parlava di economia civile e del fatto che l’aumento oltre una certa soglia del reddito pro-capite non aumenta la felicità, né la “qualità della vita”.
Analizziamo quanto sta succedendo:
a. la capacità produttiva aumenta sempre di più;
b. non aumenta invece il numero di compratori perché la ricchezza si concentra nelle mani di pochi;
c. se il mercato non si espande numericamente e geograficamente è chiaro che deve accelerare temporalmente.
Questo avviene attraverso due meccanismi:
d. l’innovazione continua dei prodotti che rende rapidamente obsoleti quelli “vecchi”;
e. cambia la scala dei valori: l’oggetto non ha più un “valore d’uso” ma è funzionale all’apparire e assume un “valore simbolico” quindi destinato velocemente ad invecchiare.
Se queste sono le storture del nostro modello di sviluppo che ci da ricchezza (a pochi per la verità) e non “qualità della vita/felicità” è ovvio che bisogna pensare ad un modello di sviluppo diverso.Per dirla con Pasolini dovremmo puntare al progresso più che allo sviluppo ed in ogni caso ad uno sviluppo che non abbia come parametro di valutazione solo la ricchezza prodotta (PIL).Dobbiamo promuovere la crescita di una economia parallela incentrata sul “valore d’uso”; promuovere le attività che producono tasselli di qualità della vita anziché merci destinate al solo consumo:
- manutenzione urbana, cura del territorio;
- educazione/istruzione e cultura;
- ricerca tecnologica ad alto contenuto ambientale e industrializzazione endogena;
- riscoperta e valorizzazione intelligente, utilizzando in positivo le nuove tecnologie, dei saperi tradizionali;
- trasporti e mobilità ecocompatibile;
- aumento delle zone pedonalizzate e uso di bici, bus e auto ecologiche;
-.agricoltura di qualità come presidio ambientale del territorio.
Tutto questo è possibile se si riesce a comporre preventivamente gli interessi dei soggetti sociali, economici e produttivi che, di norma, confliggono per poi ricomporsi solo a valle di una dura competizione.E’ ovvio che per determinare questa composizione preventiva bisogna attivare i meccanismi di partecipazione attiva e costruttiva non solo del mondo dell’offerta mossa dal motore del profitto, ma anche e soprattutto dei cittadini, singoli o associati che non possono piegarsi alle sole logiche del profitto e del “dio denaro” che tutto “consuma”.
Tutto questo si chiama sviluppo sostenibile.
Non capisco, quindi, cosa significhi “ambientalismo del fare”. Mi piacerebbe sapere se concordano le Associazioni ambientaliste: se condividono l’Alta velocità in Val di Susa (senza se e senza ma), se concordano sul Cip6, sull’energia nucleare, sui rigassificatori, sul carbone “pulito (sic!), sulla base di Vicenza, sul Ponte sullo Stretto di Messina, sulla riduzione della Valutazione Ambientale Strategica a mero sigillo e via libera a tutto. Credo che su queste cose bisognerebbe avere una Sinistra che possa dire ancora e con maggiore forze moltissimi NO!, ma molti più SI! all’economia fondata sul “valore d’uso”. Questa è la differenza tra noi ed il Partito Democratico e più ancora con il PDL. Ma un altro grade NO lo dobbiamo dire al mito di una “crescita” che fa crescere solo i profitti e non anche l’occupazione, la qualità della vita, l’istruzione, i valori umani.
”la Sinistra, l’Arcobaleno” deve contribuire, con la partecipazione attiva di tutti, alla costruzione di quelli che sono stati definiti gli “Atelier del futuro”. Veri e propri laboratori “artigianali” di idee per un futuro migliore, se possibile per noi stessi, ma soprattutto per le future generazioni, esattamente nella logica di uno sviluppo sostenibile che non distrugga la terra e che redistribuisce la ricchezza, a partire dai più poveri, dai più deboli. Questi ultimi vogliamo continuare a rappresentare.

Se Nicolais diventa ambientalista...

Non si può far cadere nel vuoto l’interessante nota di Luigi Nicolais apparsa stamattina su Il Mattino dal titolo “Una ricetta verde per la Campania”.
Egli stesso ci invita ad aprire un dibattito che, certo, non deve rimanere nel chiuso della politica, deve essere il più ampio possibile, ma è evidente che può segnare uno spartiacque anche rispetto al falso dibattito che si è sviluppato sulla “questione morale” e, peggio ancora, sulla chiusura del dibattito stesso in un ambito esclusivamente centrato sulle giunte e sugli assessori.
Dalla grave crisi economica e morale si può uscire in due modi. O difendendo più o meno l’esistente o puntando a “progettare” il futuro.
L’impostazione data da Nicolais punta sicuramente sul secondo modo e, al di là dei massimi sistemi legati al richiamo ad Obama, c’è un terreno più circoscritto di sperimentazione del futuro altrettanto interessante.
Lascio da parte la polemica sul dualismo “ambientalismo del fare” e su quello del “no”. E’ un falso problema legato più ai ritardi della politica nell’affrontare preventivamente le questioni. Mi interessa piuttosto guardare in avanti, a quella che Jeremy Rifkin ha definito “la terza rivoluzione industriale”, incentrata esattamente sulle energie da fonti rinnovabili. Mi interessa lo sviluppo di una “economia parallela” incentrata sulla ricerca, nell’industria ecocompatibile, nell’agricoltura “buona, pulita e giusta”, nell’edilizia sostenibile a risparmio energetico, nel turismo, nell’istruzione e nella cultura, nella qualità della vita. Mi interessa che, anche approfittando dell’opzione federalista, non si ci concentri solo sulle “green technologies” ma ci possa essere un modello culturale, umanistico e filosofico, altro che si richiami ai valori di Bruno e Campanella, perché resti agganciato ad una cultura meridionalista che ama la vita e non solo “la produttività legata al dio denaro”.
E’ una rivoluzione copernicana che fa riferimento a quello che il Sud ha sempre prodotto sul piano culturale, prima ancora che tecnologico.
Ci può essere utile, a tal proposito, quello che Cesare Pavese (piemontese doc) scriveva all’editore Giulio Einaudi: “…Egregio Editore, è venuta l’ora di dirVi, con tutto il rispetto, che fin che continuerete con questo sistema di sfruttamento integrale dei Vostri dipendenti, non potete sperare dagli stessi un rendimento superiore alle loro possibilità. C’è una vita da vivere, ci sono delle biciclette da inforcare, marciapiedi da passeggiare e tramonti da godere. La natura insomma ci chiama, egregio Editore; e noi seguiamo il suo appello…” (Mario Mastopaolo – Libro d’amore e d’anachia - 2009).
Certo concordo sul fatto di concentrare tutte le risorse disponibili su questi obiettivi e, il metodo della partecipazione democratica è fondamentale per far ridiventare i cittadini (organizzati e non genericamente intesi) protagonisti del futuro che si vuole costruire.
Ma non si può progettare il futuro senza partire dal dare un segnale forte nel presente, con scelte coraggiose e, in alcuni casi draconiane (ad esempio sul traffico). Si può partire già da quanto scritto nel programma regionale (cui ho contribuito a redigere quale responsabile del programma dei Verdi) e non ancora realizzato. Si può partire dal capitolo su “La sostenibilità ambientale” che fu oggetto anche di un importante seminario dei DS, frutto di una riunione, fatta all’epoca proprio con i Verdi.
Insomma partire dal presente (le bonifiche in particolare) per progettare il futuro. Così risponderemmo anche all’importante sollecitazione del Capo dello Stato “sull’impoverimento culturale e morale” delle classi dirigenti meridionali. Abbandonando sterili discussioni sulle persone e sviluppando un dibattito ampio e partecipato sul futuro, trasformando i partiti da consorterie ad “atelier del futuro”.
I Verdi sono pronti e accettano la sfida.
Spero che lo siano anche gli altri partiti del centrosinistra.

Caserta, lì 20/01/2009

venerdì 16 gennaio 2009

“Protezione e produzione delle coltivazioni tipiche. La conservazione del patrimonio paesaggistico, rurale e storico”

Sintesi dell’intervento dell’assessore all’agricoltura della Provincia di Napoli, Enzo Falco
Cosa sarebbe la Penisola Sorrentina senza le pagliarelle a protezione della limonicoltura? Cosa sarebbero i Campi Flegrei senza la vite, peraltro, ancora su piede franco perché, dato il terreno vulcanico, non fu distrutta dalla fillossera? Cosa Ischia senza i vigneti a 600 metri d’altezza? Cosa perderemmo se non avessimo, qui, proprio in Campania, il più ricco e ampio panorama ampelografico fatto di svariati vitigni che sono solo qui? Cosa sarebbe il Vesuvio e lo stesso Parco Nazionale senza le 80 diverse cultivar di albicocche? Senza i pomodorini al piennolo? Senza il Lacrima Christi? Che cosa sarebbe Napoli senza la vigna di San Martino o Chiaiano senza le sue ciliegie, senza la piccola ma significativa agricoltura in città che da via Stadera, passando per le colline, i Camaldoli arriva fino a Posillipo?L’elenco potrebbe essere lunghissimo e potrebbe riguardare tutti i diversi territori in Provincia di Napoli o della Campania e perché no del mondo intero.Il mondo non sarebbe uguale; perderemmo qualcosa che non è solo il piacere di un gusto che ci piace perché diverso in ogni luogo; perderemmo un patrimonio di biodiversità che è straordinario; perderemmo un patrimonio di conoscenze antico quanto il mondo; perderemmo la nostra stessa identità di persone, artefici positivi della propria storia, anche e soprattutto nel mantenere, in una logica non statica ma dinamica, la bellezza dei nostri paesaggi.Eppure, negli ultimi 50 anni abbiamo perso circa 300 specie vegetali. L’alimentazione è legata a solo 30 specie vegetali e progressivamente si rischia di perdere un patrimonio di sapori e di saperi che è stato costruito in millenni di storia.Il rischio, che peraltro si appalesa come un’ulteriore guerra tra gli Stati Uniti e l’Europa sulla commercializzazione dei cibi geneticamente modificati, è di perdere ulteriormente terreno.Il problema è sempre, purtroppo, legato ai grandi interessi delle multinazionali che vogliono il controllo del mercato mondiale dell’alimentazione costringendoci a mangiare cose che non sanno di niente o tuttalpiù che hanno tutte lo stesso sapore. Come dire, mangiamo sempre hamburger fatto con carne dello stesso sapore, insalata uguale dappertutto, vino che sa sempre di nulla. Vogliono rubarci anche l’anima. In nome di un business che riguarda e riguarderà sempre e solo pochi gruppi di potere economico.Scomparirà la mela annurca e i melai dove vengono arrossate, scomparirà la ciliegia di Chiaiano, scompariranno i friarielli. Assieme a loro scompariranno le identità territoriali ed anche gli uomini e le storie che hanno nel tempo costruito quelle identità.Viene in mente la storia di Mario D’Ambra, splendidamente scritta da Manuela Piancastelli per Veronelli Editore. La storia di un uomo che ha fatto grande l’enologia ischitana e ha rischiato di perdere tutto per un accordo commerciale con una multinazionale svizzera che era interessata (al business in particolare) all’acqua termale più che al vino e aveva costretto l’azienda addirittura a fare un vino “vergognoso” per il mercato americano, snaturando la vera forza del vino ischitano che è quello di essere espressione vera di un territorio, bellissimo, affascinante costruito da uomini che hanno versato lacrime e sangue per farlo diventare quello che è oggi, con i suoi 8 km di muretti a secco (le parracine) senza i quali Ischia non sarebbe la stessa con grave nocumento non solo per la viticoltura ma anche per lo stesso turismo.L’agricoltura, la cultura della ruralità non è importante solo ed esclusivamente per i beni prodotti, ma ha un valore storico, naturalistico, ambientale, paesaggistico, di manutenzione del territorio, di presidio del territorio.Ecco che allora la strada da seguire non è solo quella di opporsi ad un modello di sviluppo che aggredisce,distrugge, snatura, in nome di una ricchezza che riguarda pochi. Il modello da seguire è quello di guardarsi indietro, recuperare le fortissime identità storiche dei luoghi, le colture che hanno da sempre caratterizzato quei luoghi, rifarli diventare belli, rimettere amore nella cura di noi stessi e quindi in ciò che ci circonda.Dobbiamo incominciare ad abbattere i “mostri” che sono nei nostri territori e che sono altresì in noi stessi; dobbiamo recuperare i nostri casolari (possibilmente in funzione agrituristica) perché rappresentano un valore storico ed architettonico straordinario; dobbiamo ripristinare, ad esempio, le viti maritate ai pioppi, ripristinare la coltivazione del pomodoro San Marzano, delle albicocche vesuviane, dei pomodorini al pieno, dei friarielli, dei mille diversi fagioli, delle mille pere, delle mille mele. Dobbiamo ritrovare il piacere ed il gusto di mangiare il pane che sa di pane, dei cocomeri che sanno di cocomeri, della frutta che sa di frutta, del pesce azzurro che non può che essere fresco a differenza di tantissime specie che invadono in modo omologante i nostri mercati. Ma dobbiamo avere chiara l’idea che questi buoni prodotti, consumati nella stagione giusta, devono costare un po’ di più e questo qualcosa in più deve rimanere nelle mani dei piccoli agricoltori che in tutto il mondo hanno fatto una scelta d’amore ma che non possono essere penalizzati per questo. L’amore che mettono nei loro prodotti lo ritroviamo esattamente nei sapori e nella sicurezza alimentare e quindi è giusto restituire loro il riconoscimento economico e sociale che gli spetta. Ma quest’amore lo ritroviamo anche nel valore estetico del paesaggio che riescono a costruire e a difendere.Attenzione, non si sta proponendo di tornare indietro nel tempo, all’età della candela. Anzi, questo processo di recupero dei prodotti, del patrimonio rurale e storico passa anche attraverso l’innovazione tecnologica, la ricerca scientifica e la modernizzazione. Sarebbe impensabile ripristinare la coltivazione della canapa (che ha una storia stupenda in Campania) e tornare alle immani fatiche di una volta quando c’erano i “lagnatari” che facevano innumerevoli immersioni sott’acqua per sommergere i fasci di canapa per farla macerare. Dobbiamo lavorare insieme per cercare soluzioni certe e naturali anche in termini di sicurezza e dignità dei lavoratori della terra. Ma non possiamo cedere alle lusinghe del prodotto alimentare “industrializzato” che ci porta ai danni della “mucca pazza” o ai prodotti alla diossina. Sulla nostra salute non c’è negoziazione possibile.Bisogna ritornare ad un concetto di sviluppo che dia certezze, duri nel tempo, anche a beneficio delle future generazioni, che sia armonico con la natura, che dia piacere, felicità e qualità della vita. L’agricoltura assume quindi valori che prescindono dalla semplice produzione e assume una connotazione di servizio pubblico. In alcune valli alpine del Trentino Alto Adige dove i prati hanno d’estate un attraente e riposante colore verde grazie agli agricoltori che li falciano ripetutamente, peraltro su pendii ripidi particolarmente difficili, il loro lavoro viene remunerato da un intelligente intervento finanziario pubblico, proprio come riconoscimento di un servizio pubblico reso. Il valore estetico di quei prati verdi è anche valore economico perché richiama turismo, desiderabilità residenziale. Ma il paesaggio non è un valore statico, non si può limitare l’applicazione di tecniche colturali che lo modificano determinando valori estetici nuovi perché sono realtà vive. Pensiamo alla zona del Chianti classico dove il paesaggio è molto cambiato con l’affermarsi della viticoltura specializzata. E’ cambiato il paesaggio, che, comunque, si è arricchito, ma ha portato benefici socio-economici all’intero territorio.Gli agricoltori vanno sostenuti ma lasciati liberi di fare le scelte che rendono remunerativa l’agricoltura in quanto una gestione conservativa del paesaggio è concettualmente astratta per non dire impossibile. Gli alberi secolari di ulivo non possono essere più redditivi ma hanno un grande valore storico ed estetico che, evidentemente, va mantenuto attraverso un intervento pubblico perché è un bene pubblico il godimento di quella bellezza paesaggistica. Non sempre,però, la percezione del paesaggio agricolo è positiva. Pensiamo alla coltivazione del girasole che, quando è in fioritura, è bellissimo, tanto da ispirare i grandi pittori, ma all’epoca della raccolta la pianta diventa scura e sgradevole. E’ il caso anche di un campo di papaveri rossi che, pur avendo ispiranto i più grandi artisti, è sinonimo di cattiva coltivazione. Immaginiamo l’impatto negativo di tutte le serre di plastica, le coperture varie, le reti antigrandine che consentono la remuneratività delle attività agricole (è il caso delle serre che hanno determinato ricchezza nelle province di Savona, Napoli e Ragusa), ma sono brutte dal punto di vista paesaggistico. Pensiamo alle modifiche irreversibili portate dall’esodo dalle campagne nel dopoguerra, la tecnica di “set-aside” (non coltivazione dei fondi) per evitare le eccedenze alimentari, la riforma fondiaria che ha stravolto ambiente e paesaggii millenari per poter conseguire un’agricoltura più intensiva, o l’eliminazione della mezzadria.Ecco allora che bisogna trovare il giusto mix tra politiche di salvaguardia del paesaggio, in termini di tutela attiva e non di salvaguardia acritica, di sostegno all’agricoltura e di costi economici per garantire il valore estetico di un territorio che ha continuo bisogno di “manutenzione”, non solo per mantenere quel gradimento ma anche per non determinare le continue emergenze che, purtroppo, quando si verificano, costano alla comunità di gran lunga di più.Un’ultima riflessione su quanto è stato elaborato dal punto di vista normativo.L’Italia ha iniziato a legiferare sull’argomento a partire dal 1905 con un provvedimento specifico sulla pineta di Ravenna. Poi sono seguite: la legge 688/1912 che ha esteso la tutela a parchi e giardini così come per le opere d’arte; poi la l.778/1922 per le bellezze naturali presentata dall’allora Ministro della Pubblica Istruzione Benedetto Croce; infine la l.1497/1939 e la l.431/1985 (cosiddetta Galasso) che hanno trovato una sintesi nel D. Lgs. 490/99. Il 1998 fu dichiarato dal Consiglio d’Europa anno del paesaggio.Nel 1999 c’è stata la conferenza nazionale per il paesaggio promossa dal Ministero dell’ambiente.Sempre nel 1999 a Postdam è stato elaborato lo Schema di Sviluppo dello Spazio Europeo.Nel 2000 a Strasburgo è stata approvata la Convenzione Europea sul Paesaggio che, nonostante non sia stata ancora ratificata dal nostro Paese, rimane un punto di riferimento fondamentale per una interpretazione chiara del nesso tra paesaggio e governo del territorio.A fronte di questa produzione che ha determinato un rinnovato interesse su questo grande valore, ci sono azioni contraddittorie di intervento nel merito, in quanto nel 2001 l’Accordo tra Ministero dei Beni Culturali e le Regioni, al di là di una sottovalutazione del Ministero dell’ambiente e del Ministero delle Politiche Agricole perché non è stato considerato il ruolo ambientale svolto dalla settore agro-silvicolo, parla di “pianificazione paesistica”.E’ preoccupante questa concezione di pianificazione generale del paesaggio in quanto, per le cose sopradette, il paesaggio non può che essere la risultante dell’evoluzione naturalistica, delle azioni antropiche, della storia e della cultura. La pianificazione (il piano) impone le scelte dettate dall’alto ed obbliga a seguirle; altra cosa è la programmazione che rientra in un progetto strategico orientativo per il raggiungimento volontario di determinati obiettivi socio economici.D’altro canto come diceva Croce “il giudizio estetico su un paesaggio resta sempre legato alla sfera soggettiva, alle idiosincrasie del singolo, ed è espressione di semplice gradimento, come può esserlo un cibo o un vino”.Immaginare burocrati che valutano la coerenza di un intervento di innovazione colturale, così come è avvento nel Chianti, con uno strumento di pianificazione già dato fa rabbrividire.Altra cosa è il “governo del territorio” che tiene conto delle evoluzioni e del sistema economico sociale che può garantire il mantenimento e/o il miglioramento di quel paesaggio che alla fine risponde alla necessità del valore estetico, ma anche al complesso di valori che un territorio nel suo complesso ha. A partire dal riconoscimento sociale e di un giusto reddito agli agricoltori, a partire da una integrazione tra i diversi settori economici, a partire da una più forte partecipazione dei cittadini ai processi decisionali quali quelli garantiti dall’Agenda 21 locale, nata a Rio De Janeiro nel 1992 come risposta agli squilibri dello sviluppo economico, a partire dalla possibilità di costruire nuovi modelli di “governance” per i nostri territori.

Sull'Olio della Penisola Sorrentina

Al direttore de “Il Mattino”Mario OrfeoEgregio direttore,ho letto con interesse l’articolo pubblicato il 29 ottobre e relativo alla campagna dell’olio della costiera sorrentina, che appare, secondo le prime stime, di buona qualità e di discreta quantità.Fa anche piacere riscontrare che gli imprenditori del settore riconoscano che questi eccellenti risultati siano in gran parte frutto delle tecniche elaborate dai nostri tecnici e da quelli regionali, e spiegate in occasione di convegni e iniziative pubbliche che hanno coinvolto gran parte delle aziende olivicole locali.Pochi giorni fa sono stato al Salone del Gusto di Torino, dove ho potuto riscontrare il successo incontrato nelle degustazioni promosse dalla Provincia di alcune aziende produttrici di olio DOP Penisola sorrentina (MassaLubrense, Sorrento, Piano, Sant’Agnello e tutta l’area riconosciuta DOP). Abbiamo fatto anche diverse comparazioni con olii di altre Regioni con risultati lusinghieri. Ma non basta. Bisogna ulteriormente lavorare sulla qualità e chiudere la filiera risolvendo i diversi problemi di natura ambientale che questo comparto ha, anche in relazione all’utilizzo di parte della post-lavorazione per far nascere le nuove linee di produzione cosmetica che, oggi, sono ricercatissime.Per rilanciare il comparto, quindi, è necessario, partendo dalla nascita del Consorzio di tutela, lavorare su tre obiettivi:1) migliorare la produzione migliorando le tecniche colturali e le strutture frantoiane estrapolando la linea alta qualità;2) chiedere un aiuto alla valorizzazione del prodotto al tessuto imprenditoriale legato al turismo (gli alberghi, i ristoranti ecc.. dovrebbero avere e proporre un carrello degli olii sorrentini – in questo legarsi all’iniziativa “I SAPORI DELLA PROVINCIA DI NAPOLI” potrebbe essere di grande aiuto)3) trovare con l’aiuto degli organismi della programmazione negoziata (vedi TESS) la soluzione di insediamenti produttivi innovativi lungo la filiera olivicola (ma la stessa cosa potrebbe riguardare quella del limone e quella lattiero-casearia) per l’utilizzo delle post-produzioni (linee cosmetiche ecc..).Se imboccassimo convinti questa strada e funzionasse il principio di sussidiarietà tra territori e settori produttivi, cui peraltro sta lavorando sia la Provincia di Napoli che la Regione, ma è importantissimo anche il ruolo dei Comuni, avremmo posto le basi per uno sviluppo reale, endogeno ed ecocompatibile. Non è indifferente rispetto a questo il lavoro che si sta facendo per la nascita del Parco Regionale dei Monti Lattari che potrebbe dare un ulteriore valore aggiunto alle produzioni agricole. Sarebbe davvero sviluppo sostenibile.Bisognerà, poi, fare tante altre cose, ma ci saranno altre occasioni per approfondire l’argomento.
Saluti cordiali
Enzo Falco

Mobilità e qualità della vita per un turismo sostenibile

Parlare di Capri e della sua qualità (la mobilità sostenibile è un elemento distintivo di qualità) mi suscita sempre una certa emozione perché sono forse uno dei pochi napoletani che è venuto qui a fare il viaggio di nozze e, quando ha voluto fare e far fare bella figura alla sua Regione, ha sempre portato qui i suoi ospiti, facendo in particolare un percorso che adoro.In primavera mi piace arrivare a Capri con il traghetto anziché l’aliscafo, prendere la funicolare per Capri, il pulmino per Anacapri, la seggiovia per Monte Solaro, rimanere qualche ora a gioire del panorama mozzafiato e meraviglioso, scendere a piedi verso Anacapri. Poi adoro la passeggiata a piedi o verso i faraglioni o verso Villa Jovis.Per me è una sorta di riconciliazione con la vita e con le sue ragioni più profonde.Credo che se Capri ed Anacapri dovessero perdere questa connotazione di vivibilità, di dimensione umana, di vero e proprio museo vivo a cielo aperto, sarebbe davvero un peccato per ciascuno di noi, per l’intero mondo essendo sicuramente un patrimonio mondiale di inestimabile valore.Eppure il pericolo c’è, lo corre l’isola di Capri, le isole del Golfo e tutti quegli ecosistemi fragili che, proprio sull’onda del successo turistico rischiano di “morire” proprio di turismo. Ed il problema della mobilità rimane il problema centrale da risolvere. Oggi rappresenta il problema dei problemi per tutte le realtà a forte presenza antropica.C’è infatti una forte connessione tra mobilità sostenibile e qualità della vita e, nelle isole in particolare, questo può uccidere esattamente la grande vocazione turistica propria delle isole.Ma analizziamone le caratteristiche. Le isole hanno:- una unicità paesaggistica ed elevata qualità di risorse marine e terrestri;- elevata valenza turistica;- dimensioni territoriali ridotte;- congestione del traffico nei periodi di maggiore affluenza turistica;- inquinamento acustico ed atmosferico- ostacoli alla mobilità delle persone;- criticità organizzative nella distribuzione delle merci;- distribuzione non eco-compatibile delle merci.Fino ad ora su queste problematiche ci sono state solo ed esclusivamente soluzioni in via sperimentale che non hanno prodotto i benefici attesi e non hanno dato vita ad un intervento strutturato e duraturo nelle realtà insulari e caratterizzate da ecosistemi fragili. Bisogna invece passare a soluzioni durature di mobilità, maggiormente rispettose della salvaguardia ambientale nei suddetti territori secondo i principi dell’Agenda 21 locale.Ma quali devono essere gli obiettivi da perseguire?- Bisogna perseguire una mobilità sostenibile con l’utilizzo di sistemi di trasporto a minore impatto ambientale.- Bisogna migliorare la mobilità delle persone in modo da renderla meno problematica.- Bisogna assolutamente migliorare la mobilità delle merci al fine di ridurre i cosiddetti “colli di bottiglia.Le isole dell’arcipelago campano sono realtà microinsulari ove gli elementi di forza per lo sviluppo socioeconomico risiedono nella forte presenza di risorse naturali e tradizioni artigianali e produzione tipiche locali che richiamano un consistente flusso di turisti nazionali ed internazionali, oltre naturalmente la risorsa mare.Il fenomeno turistico e le dimensioni limitate di queste isole determinano elementi di criticità riguardanti il traffico locale e la mobilità interna che si manifestano pienamente nei periodi di maggiore affluenza turistica e che richiedono un’analisi approfondita del sistema dei trasporti locale. Ma impone anche una diversa concezione dello sviluppo in particolare proprio del turismo lavorando concretamente e coerentemente alla destagionalizzazione e ai diversi turismi che si stanno affermando che non vedano nel solo mare l’unica fonte di attrazione. Bisogna sviluppare il cosiddetto turismo ecocompatibile inteso come meccanismo di tutela e, al tempo stesso di fruizione della straordinaria biodiversità presente e della esaltazione della identità vera di questi territori. Bisogna valorizzare le “nuove” risorse turistiche promuovendo azioni volte a favorire la diversificazione e l’estensione del periodo di operatività. Bisogna lavorare all’organizzazione di una nuova offerta turistica locale caratterizzata da proposte integrate, quali ad esempio itinerari, percorsi tematici, garantendo la fruizione alternativa delle potenzialità territoriali su cui orientare la domanda di target selezionati di visitatori.Ma torniamo alla mobilità sostenibile che rimane una premessa indispensabile da cui partire ed elemento/obiettivo per la costruzione di un approccio diverso ai problemi dello sviluppo sostenibile.Bisogna preliminarmente fare una verifica:- sul servizio di trasporto offerto alla popolazione residente e ai turisti in termini organizzativi;- sulle infrastrutture di trasporto su gomma, marittimo ed aereo;- sui nodi di trasporto e di scambio tra le diverse reti: mare-terra ed aria-terra che si collegano ai livelli di accessibilità che il sistema dei trasporti è in grado di offrire in tali contesti;- sulla interazione tra le reti portuali e le reti di trasporto su gomma nel comparto merci, al fine di ridurre i cosiddetti “colli di bottiglia” relativi allo smistamento delle merci.Ma chi deve fare tutto questo?Le sole amministrazioni locali non potranno mai risolvere da sole questi problemi, calando spesso dall’alto soluzioni non condivise e, peggio ancora, estranee alla cultura delle popolazioni. Qui ci viene in aiuto la metodologia partecipativa dell’Agenda 21 locale che anche come assessore allo sviluppo sostenibile della Provincia di Napoli abbiamo sperimentato positivamente, proprio a Capri e nelle isole del Golfo.Senza la partecipazione di chi deve diventare protagonista delle scelte di vivibilità e di qualità della vita, difficilmente si potranno avere risultati positivi e soprattutto duraturi nel tempo.L’esperienza di coloro che vivono sul territorio è una risorsa molto preziosa, essi sono spesso molto consapevoli di come potrebbero perseguire obiettivi di migliore qualità della vita. Mettiamo insieme alle amministrazioni locali gli esperti delle tematiche di sviluppo locale, gli esponenti istituzionali e tecnici del settore dei trasporti e della mobilità e rappresentanti della componente imprenditoriale e della popolazione locale ed incominciamo a discutere di quale futuro vogliamo per noi stessi e per i nostri figli. Facciamo contaminazione delle “buone pratiche” e vedrete che gli obiettivi che ci siamo posti saranno sicuramente raggiunti.L’occasione della iniziativa dell’ATACAN, dell’Accademia del Turismo, può rappresentare il momento di partenza di questo percorso difficile, probabilmente lungo, complesso ma indispensabile per guardare al futuro con maggiore ottimismo.

Le vie del latte

Le vie del latte, un’altra delle grandi intuizioni ed iniziative di Slow Food, richiamano un po’ la più famosa via lattea, con i suoi risvolti astronomici, ma anche sacri. E non c’è qualcosa di magico e sacro nella capacità dell’uomo di trasformare un prodotto straordinario come il latte in tanti altri non meno straordinari come i formaggi, freschi o stagionati che siano? Dietro a questi sapori c’è tutto il lavoro di tutela delle razze, bovine, ovine, caprine, curando nei minimi dettagli i foraggi più adatti per la loro salute che ritroveremo intatti nei profumi e nel gusto dei relativi formaggi. E ancora la sapienza dei casari nel dare forma e sostanza a questo lavoro certosino e nel richiamare, al di là della globalizzazione, la fortissima componente territoriale che ogni prodotto ha in sé e che conserverà gelosamente come valore aggiunto che funziona in modo biunivoco, dal prodotto al territorio e viceversa.Raccontare queste storie, farle vivere non è solo un fatto di promozione (dei prodotti e del territorio), ma è il recupero di una idea di vita che abbiamo smarrito, stiamo lentamente cercando di recuperarla, dovremo fare ancora moltissimo per farla affermare; si muove in una logica di sviluppo sostenibile e quindi di modello di sviluppo più in armonia con l’ambiente e con la necessità di risolvere le ancora troppe disuguaglianze sociali che ci sono.In Provincia di Napoli c’è la famosissima mozzarella di bufala, ma è più interessante per noi, dare visibilità al fior di latte di Agerola, ai caprini e al provolone del monaco della Penisola Sorrentina. I Monti Lattari sono un grande territorio che guarda dall’alto la straordinaria e più fortunata costiera sorrentina, in un susseguirsi di viste mozzafiato, ma ancora di più conserva i saperi e i sapori che fanno grande il turismo in quell’area. Ma non sempre il turismo ne ha consapevolezza e non sempre stabilisce un rapporto di mutuo soccorso, non capendo che il mantenimento di quella zona pedemontana e montana è esattamente omologa al mantenimento del turismo costiero.Vorremmo dare visibilità al lavoro che stiamo facendo sul recupero della razza bovina agerolese (sta solo sui Monti Lattari), a quello per il recupero della capra napoletana, a quello della tutela e conservazione delle essenze floristiche come patrimonio di biodiversità, alle straordinarie bellezze ambientali e paesaggistiche. Per fare questo dobbiamo dare riconoscimento reddituale e sociale agli uomini e alle donne che ancora, tra mille sacrifici, continuano a restare in montagna. Tutti devono sentirsi impegnati rispetto a questo obiettivo.La speranza è che le vie del latte, così come la via lattea, ci indichi il percorso migliore per arrivarci.

ITINERARI PER UNA CARTA DEI PAESAGGI DELL’OLIVO E DELL’OLIO

Premessa Il presente documento costituisce la traccia per un percorso che coinvolge l’ambiente di vita, le popolazioni, le amministrazioni e tutti i soggetti scientifici, economici e culturali che si impegnano a ritrovare modi di essere e di operare nella condizione del presente su tematiche di riferimento fondamentali, che possono essere ricondotte nel loro insieme al paesaggio.L’itinerario che proponiamo è un primo passo per un lavoro più complesso e articolato di intreccio delle molte tematiche che nei paesaggi dell’olio si possono sviluppare; esso prevede momenti futuri di incontro e di ricomposizione di valori, conoscenze e capacità di cui sono portatori i diversi soggetti partecipanti.Proponiamo, pertanto, un cammino in divenire che non ha solo lo scopo di apparentare idealmente chi è interessato ad operare per il buon governo della campagna, ma anche di farsi strumento attivo di riflessione e di lavoro, ponendo le basi per un approccio condiviso e aperto al tema del paesaggio agrario e a quello dell’olivo e dell’olio in specifico.1) Paesaggio e paesaggi dell’olioUn approccio costruttivo alla questione del paesaggio implica l’accezione di esso non come oggetto di semplici istanze estetiche, bensì come prodotto delle azioni della comunità nel corso del tempo. Ciò è in conformità con quanto espresso nella Convenzione europea del Paesaggio (2000): “Paesaggio designa una determinata parte di territorio, così come è percepita dalle popolazioni, il cui carattere deriva dall’azione di fattori naturali e/o umani e dalle loro interrelazioni” (Cap. 1, art. 1).Il paesaggio, dunque, inteso come composizione integrata, pur nella necessaria sua evoluzione, non può derogare al proprio genius loci, all’identità composita che lo connota, garantita dalla fedeltà agli elementi che nel tempo hanno configurato il suo formarsi.Non a caso si è parlato di “paesaggi”, in quanto molteplici sono i volti che assumono nell’area mediterranea. Pertanto, se è impensabile proporre un unico modello di descrizione, interpretazione e gestione, possono essere invece condivisi e fondanti le modalità e i criteri di lettura, di valutazione e di intervento.I paesaggi dell’olio sono espressione della cultura e della storia dell’uomo. La grande disponibilità di manodopera ed il suo basso costo hanno spinto l’uomo ad estendere le coltivazioni in zone meno adatte alle specie più comuni a cui venivano assegnati i siti più favorevoli. L’olivo, pianta molto rustica ed adatta alle più svariate condizioni pedologiche, ha consentito di utilizzare areali popolati da essenze boschive o di macchia.Motivi economici ed estetici assumono un valore di coesione legato alla lunga esperienza delle comunità del Mediterraneo. Il pane, il vino e l’olio costituiscono gli elementi su cui si fondano le sacralità di tutte le religioni di questa area geografica.La coltivazione è un requisito fondamentale per la configurazione del paesaggio dell’olivo. 2) Obiettivi di un’azione condivisaNei processi di cambiamento dei paesaggi, tra tradizione e innovazione, e nelle mutazioni delle tecnologie del lavoro umano emerge l’importanza storica e attuale della ruralità. Fondamentale diviene la percezione sociale del paesaggio, intesa come un processo di apprendimento (reciproco e amichevole) fra esperti, amministratori e comunità locali. In tale percezione i fenomeni naturali, le azioni umane, le temporalità e le diverse interiorizzazioni anche personali si concludono nel riconoscimento, nella attribuzione di valori comuni e nella loro traduzione in linguaggi condivisi.In tal senso è necessario prendere atto di alcune problematiche significative che riguardano allo stesso tempo le valutazioni e le metodologie di intervento 1. approfondire le crescenti analogie tra la densificazione del paesaggio urbano e la monocoltivazione del paesaggio agricolo;2. considerare la rilevanza delle differenti dinamiche temporali delle produzioni agricole;3. considerare la fisiologica incertezza della produzione causata dalla diversificazione della domanda di mercato, dalle annate produttive negative, ecc.;4. abbandonare gli irreali conservatorismi paesaggistici incapaci di dialogare con le dinamiche economiche reali; 5. accettare l’idea che la qualità del prodotto senza salvaguardare il complesso sistema che permette la sua produzione, cioè il paesaggio, non sia più sufficiente per competere sul mercato globale; 6. riconoscere le forze e le risorse più adatte allo sviluppo di nuovi usi del territorio;7. concepire il paesaggio come risorsa unitaria e specifica.2.1) aspetti naturalistici La tutela del genoma olivicolo e delle cultivar autoctone è§ fondamentale per il mantenimento della biodiversità dei paesaggi dell’olivo. E’ importante la tutela dei pedopaesaggi e la conservazione dei suoli§ afferenti alla coltivazione dell’olivo, come pure una classificazione pedoclimatica finalizzata alla gestione sostenibile dei diversi paesaggi olivicoli. E’ necessaria una mappatura pluristratificata dei paesaggi§ dell’olivo e dell’olio al fine di arrivare ad una conoscenza preliminare che consenta un’azione efficace. Essa prevede l’individuazione dei paesaggi, ne analizza le caratteristiche nonché le dinamiche e le pressioni che li modificano e ne segue le trasformazioni. Si propone l’istituzione di un Osservatorio§ Permanente, in sinergia con l’Associazione Nazionale delle Città dell’Olio, con l’obiettivo di: a. raccogliere documentazione acquisibile attraverso la storia degli insediamenti, l’archeologia, la storia culturale e materiale, le fonti archivistiche e iconografiche, i rilievi fotografici, le fonti orali e le tradizioni popolari;b. favorire la diffusione di un’etica della responsabilità;c. formare ed educare specialisti nel settore della conoscenza e dell’intervento tramite sinergie con il mondo accademico, con gli enti pubblici e con le associazione di categoria nonché promuovere iniziative nelle scuole.2.2) aspetti architettoniciL’architettura rurale nelle sue unità costitutive, singole e di insieme, in quanto testimonianza materiale di civiltà, è da considerarsi bene culturale e come tale soggetto a norme di recupero e valorizzazione nell’ambito delle iniziative di tutela paesaggistica.Attraverso una preliminare fase di conoscenza delle tipologie architettoniche, delle tecniche e dei materiali utilizzati nel tempo dalle culture locali, occorre elaborare un progetto per lo studio e la possibilità del loro impiego e adeguamento con l’integrazione di appropriate tecnologie, al fine di perseguire l’obiettivo della loro conservazione, restauro e riuso.ConclusioniLa Carta, in questa sua prima formulazione, non esaurisce il tema in oggetto e si pone come strumento di confronto e di dibattito nelle varie realtà legate al paesaggio dell’olivo e dell’olio. Caiazzo, 27 febbraio 2004Enrico Lupi, Presidente dell’Associazione Nazionale Città dell’OlioStefano Giaquinto, Sindaco di Caiazzo (CE)Michele Bianco, Dirigente Assessorato all’Agricoltura della Regione CampaniaGiovanni Alessandri, Presidente della Comunità Montana del Monte Amiata – Area grossetanaMaria Beatrice Bettazzi, Docente di Storia dell’Architettura all’Università degli Studi di BolognaVito Nicola Damato, Assessore all’Agricoltura del Comune di Bitetto (BA)Sveva Di Martino, Direttrice del Museo dell’Olio della Sabina – Castelnuovo di Farfa (RI)Ermanno Masiello, Sindaco di Raviscanina (CE)Stefano Mazzoleni, Docente di Ecologia Vegetale all’Università degli Studi “Federico II” di NapoliRita Micarelli, Comitato Scientifico dell’Atelier dei Paesaggi MediterraneiRaffaele Milani, Docente di Estetica all’Università degli Studi di BolognaAndrea Morpurgo, Docente di Storia dell’Architettura all’Università degli Studi di BolognaMario Perilli, Vice Presidente della Provincia di RietiFrancesco Pistilli, Architetto – Associazione Città PaesaggioGiorgio Pizziolo, Docente di Urbanistica all’Università degli Studi di FirenzeGiuseppe Pugliano, Agronomo – Docente emerito all’Università degli Studi “Federico II” di NapoliRaffaele Sacchi, Docente di Tecnologie degli Oli all’Università degli Studi “Federico II” di NapoliTommaso Sgueglia, Assessore alle Attività Culturali ed Economiche del Comune di Caiazzo (CE)Nicola Sorbo, Presidente dell’Associazione Città PaesaggioNicola Stolfi, Responsabile Area Territorio e Ambiente della Confederazione Italiana AgricoltoriFabio Terribile, Docente di Pedologia all’Università degli Studi “Federico II” di Napoli

PER CONOSCERE E AMARE IL PROPRIO TERRITORIO

Siamo davvero lieti di poter sviluppare questa iniziativa insieme all’ISTITUTO PER LA DIFFUSIONE DELLE SCIENZE NATURALI. Con questo volume si vuole dare nuovo impulso alla ricerca, alla tutela, alla conoscenza di un mondo, quello della biodiversità, troppo spesso tralasciato anche da chi si occupa di ambiente. Crediamo che l’opera di sensibilizzazione e di conoscenza faccia parte di quell’azione di miglioramento della cultura ambientalista che pure negli ultimi anni sembrava aver attecchito maggiormente sulla popolazione, ma che oggi sembra essere ricaduta nell’indifferenza. Dalle foreste di conifere intervallate dalla macchia mediterranea sul Vesuvio alle faggete di Monte Faito fino ai giardini storici del Parco Gussone a Portici e di Capodimonte, in pieno centro urbano a Napoli, e a tantissimi altri ecosistemi in provincia, sono tutti posti stupendi che hanno sempre attirato studiosi e appassionati. Forse perché rappresentano gli ultimi lembi di territorio dell’area metropolitana partenopea, dove ancora oggi è possibile riabituare il tatto, l’olfatto, la vista agli elementi naturali, nonché osservare, senza schermi mediatici, il gheppio fare lo “spirito santo” o il picchio tambureggiare sui tronchi degli alberi.Stephen Jay Gould, noto scienziato e divulgatore di fama mondiale, in uno dei suoi scritti definiva così il rapporto ideale tra uomo e natura: "non vinceremo mai la battaglia di salvare specie ed ambienti senza creare un legame emotivo tra noi e la natura, perché nessun uomo salverà mai ciò che non ama". Il legame emotivo si crea solo se si esce dal guscio della propria casa per andare in giro tra boschi e campagne. Questi sono i presupposti su cui si fonda questa iniziativa che non è fine a se stessa, ma può rappresentare anche un modo per combattere l'ecomafia e tutte le forme di violenza. Infatti oltre ad una efficiente azione investigativa e giudiziaria, la lotta alla criminalità ambientale si fa soprattutto coinvolgendo emotivamente la gente del posto, i giovani, le comunità locali. Costoro devono vivere il proprio territorio, conoscerne le straordinarie ricchezze, affinché siano i primi difensori delle risorse naturali, l'unico vero patrimonio di molti paesi italiani, da utilizzare sì, ma in maniera sostenibile. Del resto va sottolineato che numerosi biotopi dell’area metropolitana di Napoli sono stati individuati come Siti di Importanza Comunitaria ai sensi del D.M. 3 aprile 2000 e quindi meritevoli di particolare attenzione, a livello europeo, in ordine alla protezione degli ecosistemi e delle risorse faunistiche ivi presenti. Ci sembra dunque che vi siano tutte le condizioni per realizzare progetti di educazione ambientale finalizzati a promuovere comportamenti sostenibili dei cittadini e dei giovani nei confronti del nostro patrimonio naturale. La Provincia di Napoli, nell’ambito delle sue competenze istituzionali, adotterà ogni iniziativa necessaria per garantirne l’attuazione.

Intervista a Vincenzo Falco Assessore all’agricoltura e sviluppo sostenibile della Provincia di Napoli

Da Sorrento al Vesuvio, da Capri a Ischia e Procida trionfa il gusto. I sapori della provincia di Napoli in vetrina a Grosseto.L’impegno della Provincia di Napoli in una kermesse di grande respiro, Festambiente, ormai alla 14.ma edizione, nel cuore della Maremma toscana, ha confermato la grande attenzione del pubblico rivolta ai prodotti tipici della terra del sud ma in molti casi ai più del tutto sconosciuti. Abbiamo chiesto all’Assessoreagricoltura e sviluppo sostenibile dell’Ente di Piazza Matteotti, Vincenzo Falco, quali i criteri che hanno guidato la partecipazione a Festambiente?
Falco:Il progetto “I sapori della provincia di Napoli” rappresenta una occasione per innescare un meccanismo nuovo e produttivo attraverso un vero e proprio “riconoscimento” rivolto a pizzerie, trattorie, ristoranti, alberghi e piccoli esercizi commerciali specializzati che sottoscriveranno un codice di comportamento, da monitorare nel tempo e basato su alcune semplici “regole”.La grande cucina nasce nei campi, dove gli agricoltori hanno saputo trarre dalla terra prodotti unici che bisogna difendere e sviluppare sempre più.La grande tradizione gastronomica però è anche quella dei prodotti del nostro mare, in particolare il pesce azzurro troppo spesso sacrificato in nome di una progressiva omologazione del gusto. Solo dalla unificazione di questi mondi, dalle diverse intelligenze che esistono, è possibile rilanciare un “marchio” di qualità territoriale. La scommessa è quella di costruire un’alleanza tra mondo agricolo che deve puntare sempre più sulla qualità dei prodotti, mondo della trasformazione dei prodotti agricoli che deve puntare su sistemi innovativi e rispettosi delle qualità originarie, e mondo della ristorazione che deve sempre più utilizzare, interpretandole al meglio, le grandi qualità dei prodotti tipici e tradizionali. La Provincia di Napoli sosterrà questo dialogo e questa alleanza strategica.
Quali i vantaggi di questa iniziativa?Falco: I vantaggi di questo progetto, che con dedizione stiamo seguendo e curando da due anni, sono legati alla costruzione della “filiera breve” aziende agricole - aziende commerciali con enormi benefici per le stesse realtà produttive e per i consumatori porteranno in progressivo ad una maggiore qualificazione di entrambi i settori che incominceranno a parlarsi direttamente e con il conseguimento di un maggior valore aggiunto legato alla specializzazione e all’identificazione territoriale. Un altro elemento di valore aggiunto si potrà conseguire dalla comunicazione istituzionale messa in campo dalla Provincia, come identificazione dell’istituzione presente sul territorio, che attuerà codificazione mirata elaborando una guida sui sapori della provincia ed inserendo i nominativi degli aderenti nel proprio sito web, curando in modo particolare poi tutti i momenti fieristici ed espositivi cui normalmente partecipa l’Ente di piazza Matteotti.
Avete già disegnato una mappa tematica rivolta all’utenza da gestire?
Falco: Abbiamo determinato cinque circuiti diversi e schematizzati secondo un criterio di pertinenza tematica di grande fruibilità per gli utenti che verranno coinvolti,- il circuito dei prodotti dell’eccellenza (cibo-vino) elaborati dai grandissimi cuochi che rileggono la cucina regionale dandogli respiro internazionale;- il circuito dei prodotti di qualità, interpretati dai tantissimi ottimi ristoranti, nel rispetto della tradizione regionale;- il circuito delle trattorie e delle pizzerie di qualità in alternativa al fast-food che, partendo dall’uso di prodotti tipici, possano offrire un giusto equilibrio tra qualità e prezzo, nei tempi sempre più veloci della società moderna;- il circuito degli alberghi dove troppo spesso, in nome di una falsa interpretazione del gusto internazionale, si sacrificano le produzioni tipiche locali non cogliendo invece la grande attenzione dei clienti che sono sempre più attenti al gusto legato al territorio;- il circuito dei piccoli negozi, già penalizzati dalla prepotenza della Grande Distribuzione, che possono ritrovare un proprio ruolo proprio nella specializzazione legata alla distribuzione dei prodotti tipici e tradizionali;- il circuito degli agriturismo su cui dovrà innescarsi un meccanismo ancora più coerente nel proporre i prodotti della terra, utilizzando anche uno scambio in rete dei propri prodotti agricoli.Domenica 25 agosto si è conclusa Festambiente a Grosseto, la chiusura della manifestazione è stata dedicata ai prodotti della “nostra terra” illustrati in un percorso degustativi che hasuggellato gli interventi dell’antropologo dell’Istituto Suor Orsola Benincasa Marino Niola, dei giornalisti de il Mattino e della stampa specializzata Ciro Cenatiempo e Pasquale Palma ed ha raccolto l’esperienza di “operai dei sapori” come Lei li ha giustamente definiti in altre occasioni, quali Riccardo D’Ambra da Ischia. Nell’ntervento al Convegno “I sapori della provincia di Napoli” Lei ha più volte sottolineato l’importanza dei prodotti come “segni” del territorio, ma quale è il bilancio di impatto di un’esperienza come quella fatta a Grosseto?Falco: “ La caponatina napoletana”, le freselle ed il pomodorino al piennolo del Vesuvio con l’olio Dop della Penisola Sorrentina, abbinati alla Falanghina Campi Flegrei delle “Cantine Grotte del Sole” insieme al Capri Doc de La “Capresnse” hanno troneggiato più che testimoniato l’enorme ricchezza di un territorio che non attende altro che essere esaltato nelle sue originarie vocazioni. Enorme successo è stato poi raccolto sempre durante la degustazione da un'altra elaborazione della cucina dei prodotti di eccellenza, la caprese con la mozzarella di bufala di Agerola in connubio con i pomodori “cuori di bue” e il basilico fresco di Sorrento, cui ha strizzato l’occhio un generoso Biancolella d’Ischia di Casa d’Ambra. Poi ancora la parmigiana di melanzane, le zucchine alla scapece, i peperoncini con pomodorini esaltati dalPiedirosso della Penisola Sorrentina della Cantina Iovine di Pmonte,ancora la pastiera gustata con il limoncello di Sant’Agnello della Cooperativa Solari e dal “Nucillo e’Curti” di Sant’Anastasia. Un trionfo di profumi ed aromi unici, che hanno conquistato il palato dei gourmet accorsi alla manifestazione nazionale di Legambiente.
Tanta l’affluenza di pubblico negli stand di Rispescia, ma quale è il livello reale di conoscenza dei prodotti del nostro territorio in altre zone di Italia?
Falco: Grande è la visibilità dell’oro rosso, il pomodoro San Marzano, ormai sedimentato nella mappa cognitiva dell’alimentazione a tutti i livelli,per il pomodorino al piennolo del Vesuvio il 35% dei soggetti intervistati e registrati attraverso questionari mirati sul prodotto ha mostrato di conoscerne provenienza e fruibilità,completamente sconosciuti il “provolone del monaco” e la marmellata di albicocche del Vesuvio cui sono stati dedicati due laboratori del gusto ad hoc il 17 agosto, altro capitolo di lavoro di comunicazione e promozione da fare è per la “mela annurca” di cui nelle altre regioni di Italia non si ha assolutamente conoscenza e che sarà invece protagonista al prossimo Salone del Gusto a Torino in ottobre, per continuare a lanciare in grande stile una campagna di promozione dei valori e dei saperi dei prodotti tipici del nostro territorio.

Il trenino di Avellino-Rocchetta Sant'Antonio

Al direttore del “Corriere del Mezzogiorno”
Egregio direttore,ho letto con interesse e stupore l’articolo, a firma Patrizio Mannu, sulle rassicurazioni date dall’assessore Cascetta sulla non chiusura della stazione ferroviaria di Avellino, pubblicato sul Suo giornale sabato 13 marzo u.s.Cascetta e le Ferrovie hanno un bel dire nel rassicurare il mantenimento della linea ferroviaria storica Avellino – Rocchetta – Sant’Antonio, il dato è che quella è una linea destinata a chiudere, al di là di studi di fattibilità che non porteranno a nulla, a meno che…A meno che non si trasformi in una strada del vino e del gusto irpino; a meno che non si trasformi in una formidabile occasione di rilancio del turismo naturalistico ed enogastronomico per le zone interne della Campania.La linea ferroviaria Avellino - Rocchetta – Sant’Antonio, infatti, prima di arrivare in provincia di Foggia, attraversa le tre zone DOCG della Campania, Greco di Tufo, Fiano e Taurasi; è una delle più belle dal punto di vista naturalistico e paesaggistico, tra vallati e montagne di ineguagliabile bellezza; ha nel viaggio elettorale di De Sactis del 1875 un valore storico straordinario.Disperatamente sto cercando da tempo di far comprendere questa possibilità, approfittando anche delle risorse del Piano Integrato Filiera Enogastronomica che ha una buona dotazione e risponde esattamente alle finalità proprie del P.I. che vuole captare il flusso sempre maggiore di ecogastronomi che cercano territori che sappiano e possano esprimere le proprie identità, i propri valori, le proprie ricchezze di “saperi e sapori”.Chi più dell’Irpinia può farlo? Tra le altre cose riguarda un turismo colto, non necessariamente ricco ed esclusivo, che non aggredisce ma rispetta l’ambiente ed il territorio.Se riuscissimo a salvare un’antica e panoramica linea ferroviaria riuscendo finalmente a coniugare economia ed ambiente, dimostrando che è possibile farlo, la sfida diventa ancora più interessante.Basta un accordo di programma tra le Ferrovie, la Regione Campania, la Provincia di Avellino, ma soprattutto tra Enti ed Associazioni specializzate (Associazione Sommelier, Slow Food, Movimento Turismo del Vino, Città del Vino ecc..), tra soggetti privati disposti ad investire risorse economiche aggiuntive a quelle pubbliche. Bisogna costruire una rete di cantine, agriturismi, ristoranti, strutture artigianali di varie entità, capaci di offrire una vasta gamma di proposte turistiche, connesse alla già programmata Enoteca regionale e/o provinciale da fare ad esempio a Taurasi.Altro che storie di rami ferroviari secchi…Questa è la linea direttrice di un autentico sviluppo sostenibile.Verranno da tutto il mondo, ad “assaggiare”, rispettandole, le nostre terre…. Saluti cordiali Enzo Falco

Il sistema delle coste e della portualità

Le zone costiere, area geograficamente “flessibile” compresa tra la terra e il mare, sono state scarsamente studiate e, ancor più, gestite in modo coordinato e integrato.Esse si presentano invece come entità complesse, influenzate da molteplici forze interrelate, legate a sistemi idrologici, geomorfologici, socieoeconomici, istituzionali e culturali. La normativa esistente di fatto elude considerazioni integrate tra la componente marina e quella terrestre: la giurisprudenza si occupa poco delle prime e fin troppo delle seconde. Anche le autorità pubbliche che si dovrebbero occupare e preoccupare di queste parti eccezionali e al tempo stesso vulnerabili delle regioni sono tante e, spesso, in sovrapposizione conflittuale.A fronte di tutto questo, assistiamo ad un progressivo degrado della risorsa mare dovuto esattamente all’azione dell’uomo.I fattori di degrado e depauperamento del sistema coste-mare sono legati:- alla cementificazione e urbanizzazione spinta;- alla realizzazione non programmata e sostenibile di porti, darsene e infrastrutture portuali varie;- agli inquinamenti di vario tipo (chimici, da metalli pesanti, da pesticidi clorurati, da sostanze non biodegradabili)- al sovrasfruttamento delle risorse di pesca e cattura di forme giovanili fatte dalla pesca a strascico illegale (nella provincia di Napoli la pesca illegale del dattero di mare crea problemi enormi alle nostre coste)- al traffico mercantile (ogni anno finiscono nel Mediterraneo 356 mila tonnellate di idrocarburi di cui solo il 21% è da attribuire ad incidenti)- alla conflittualità tra i diversi utenti della fascia costiera con pregiudizio per la piccola pesca.La fascia costiera della provincia di Napoli è un’area che coinvolge 24 comuni, una superficie di 489 Kmq (3% dell’intero territorio regionale) e circa 1.800.000 abitanti, pari al 60% della popolazione provinciale.E’ un territorio particolarmente complesso, in cui bellezza paesaggistica ed eredità culturale si intrecciano a manifestazioni di degrado ambientale, di emergenze naturali (rischio sismico, vulcanico, idrogeologico), di un sistema dei trasporti e della mobilità esteso ma non uniformemente efficiente, di un’economia caratterizzata da fenomeni di dismissione produttiva che, nel corso dello scorso decennio, ha raggiunto quasi il 40% del totale delle aziende con almeno 10 addetti, a fronte di un tasso di natalità attestato sul 6 – 7% nella stessa classe dimensionale. Per tutte valga l’esempio di Bagnoli con i suoi problemi di bonifica e di rilancio, anche balenabile di una delle fasce costiere più belle del nostro territorio.Una situazione da far tremare i polsi per la complessità delle questioni ma di indispensabile intervento per governare adeguatamente i fenomeni e costruire prospettive di sviluppo equilibrato e sostenibile.La Provincia di Napoli sta cercando di affrontarlo in modo organico con un’azione congiunta di diversi esponenti della Giunta, a partire dal coordinamento del Presidente Amato Lamberti e dalla competente opera dell’assessore al Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale (PTCP), prof. Giudo Riano.Il Piano per la gestione integrata della zona costiera del Golfo di Napoli è uno dei fondamentali progetti strategici del PTCP della Provincia di Napoli. Esso contiene, tra le altre azioni, Il Programma quadro dei porti e degli approdi turistici. Lo stesso PTCP non si limita alla tradizionale disciplina del territorio, ma si configura come strumento di sviluppo socio-economico, di attrezzatura del territorio e di rafforzamento degli strumenti tecnici ed amministrativi della Provincia, principi peraltro stabiliti successivamente dalla stessa U.E. nello Schema di Sviluppo dello Spazio Europeo (SSSE), approvato a Potsdam nel luglio 1999:- sviluppo territoriale sostenibile, equilibrato e policentrico con un nuovo rapporto di partenariato fra città e campagna;- parità di accesso alle infrastrutture ed alle conoscenze, migliorando i collegamenti alle reti di trasporto per una migliore accessibilità, condizione irrinunciabile per lo sviluppo policentrico; diffusione della innovazione e della conoscenza;- attento uso dei beni naturali e culturali, intesi come potenziali fattori di sviluppo, con particolare riferimento ad un’efficiente gestione delle risorse idriche ed alla “gestione creativa” del patrimonio culturale e del paesaggio.Da ciò deriva la necessità di riferire tutti i programmi, anche settoriali, alla proposta di organizzazione policentrica del territorio provinciale.A tal proposito occorre rilevare che il Programma Quadro dei Porti e degli Approdi Turistici interessa, in termini generali, quattro sistemi urbani sovracomunali (Flegreo, Napoli, Vesuviano costiero e Sorrentino, ed interessa, in termini più diretti, oltre Napoli, i 15 Comuni costieri che vanno da Giugliano a nord a Massalubrense a sud del Golfo e i 6 comuni delle isole: Procida, Ischia, Casamicciola Terme, Lacco Ameno, Forio e Capri.Nella prima proposta che segue sono illustrati, in maniera completa ed esauriente, le complesse relazioni di interdipendenza, di complementarietà e di integrazione che legano i porti e gli approdi (esistenti e proposti) con i Comuni costieri e con quelli dell’entroterra, soprattutto per ciò che concerne la valorizzazione e l’uso creativo dello straordinario patrimonio paesaggistico, ambientale, archeologico, storico-artistico e culturale, unico al mondo, che si concentra nella fascia costiera del golfo di Napoli. A tal proposito assumono primaria importanza le numerose ed interessanti proposte formulate, che costituiscono le prime tappe di un lavoro, certamente non breve e certamente molto impegnativo, che la Provincia metropolitana di Napoli, ha promosso ed avviato, insieme con il Comune di Napoli, con l’Autorità Portuale di Napoli, con i Comuni costieri, con la Camera di Commercio Industria Artigianato e Agricoltura di Napoli, con la Soprintendenza ai BB.AA. di Napoli, le Soprintendenze Archeologiche di Napoli e Pompei e le Capitanerie di Porto del Golfo.Gli Enti suddetti si sono impegnati in tal senso, sottoscrivendo il 4 ottobre 1999 un Protocollo d’intesa che definisce obiettivi, metodologie e contenuti del Programma Quadro dei Porti e degli Approdi Turistici. Una iniziativa da sviluppare per dare sostanza alle forme di concertazione-partecipazione raccomandato dallo Schema di Sviluppo dello Spazio Europeo e dalle buone prassi di Agenda 21 per lo sviluppo sostenibile.La Gestione Integrata delle Zone Costiere (GIZC) non può configurarsi che come un processo dinamico, interdisciplinare e iterativo teso a promuovere lo sviluppo sostenibile delle zone stesse. Il termine “integrato” fa necessariamente riferimento sia all’integrazione degli obiettivi, sia a quella degli strumenti necessari, che a quella delle politiche e delle azioni da mettere in atto, coinvolgendo le amministrazioni pubbliche nei diversi settori e livelli, ma soprattutto rendendo partecipi le comunità e le forze sociali ed economiche in campo.La pianificazione delle zone costiere non può pertanto prescindere da queste considerazioni ed assumere una metodologia olistica per l’individuazione delle politiche di governo di un territorio che si estende tra il mare e la terra in forme via via mutevoli.La Provincia di Napoli, partecipando come Ente capofila ad uno dei Programma Terra cofinanziati dalla UE nell’ambito dei Progetti Pilota dello SSSE dei fondi FERS (progetto Posidonia, in partenariato con Comune di Napoli, Autorità Portuale di Napoli, Comune di Taranto, Comune di Palermo, Municipio di Barcellona (ES) e Autorità Metropolitana di Atene (GR) 1998-2001), ha redatto un primo Piano di gestione integrata della zona costiera del suo territorio, coinvolgendo tutti gli Enti che hanno competenza su quest’area ed avviando la prima sperimentazione europea in una regione italiana.Il Piano – inteso come modalità applicativa del PTCP – ha considerato nella sua complessità la zona costiera analizzandone gli aspetti geomorfologici, idrologici, biologici, infrastrutturali, urbani, normativi, socio-economici ed antropici in generale, determinando le azioni e le politiche necessarie per la riqualificazione e la salvaguardia di una delle aree più sensibili dal punto di vista ambientale ma anche più importante dal punto di vista dello sviluppo economico, fino ad individuarne forme e procedure gestionali e finanziarie.Il Piano individua pertanto:- le azioni di difesa dei costoni e di ripascimento delle spiagge (già è pronto un piano di difesa delle coste e ci sono esperienze già realizzate di ripascimento della famosa spiaggia dei Maroniti a Barano d’Ischia; c’è anche la misura 4.22.1 del POR Campania Feoga e SFOP, sulla quale la Provincia sta lavorando, di difesa delle risorse marine);- gli interventi idrologici necessari per assicurare il corretto equilibrio dinamico dei corsi d’acqua fino al mare;- gli interventi di disinquinamento del mare e dei litorali;- gli interventi di protezione della fauna e flora marina e del litorale terrestre (dopo la realizzazione della riserva marina di Punta Campanella si sta lavorando alla riserva marina “Il Regno di Nettuno” che interessa Ischia, Procida e Capri e si sta seguendo da vicino il lavoro di ricerca effettuato dall’associazione Delphis sul Canyon di Cuma patria del delfino mediterraneo);- le azioni di restauro del paesaggio costiero (è di questi ultimi giorni il restauro straordinario realizzato dal FAI della Baia di Ieranto nel Comune di Massalubrense);- la riqualificazione e la difesa dei centri abitati costieri (c’è nel Comune di Pozzuoli lo sviluppo di un programma URB-AL 2 sulla pianificazione partecipata dei centri storici realizzato sempre dalla Provincia di Napoli);- la riqualificazione o il riuso delle aree industriali dimesse;- il sistema interconnesso della mobilità mare –terra;- le azioni di fruizione dei beni ambientali e culturali riferite ad un ambito di relazione possibile con la costa;- lo sviluppo delle attività economiche compatibili ed in particolare quelle legate al turismo, alla nautica ed alla pesca;- le azioni di diffusione della conoscenza e della formazione di una “cultura del mare”;- le modalità di gestione e le procedure necessarie per l’attuazione delle azioni.Parte del Piano di gestione integrata è il Programma Quadro dei Porti e degli Approdi Turistici, nella consapevolezza della necessità di un programma organico per i porti ma innanzitutto dell’indispensabilità di un’ampia azione rivolta all’insieme della costa, nella quale soltanto può essere considerata anche un’azione per il turismo nautico e le sue infrastrutture, governando, in anticipo, e con il concetto di sostenibilità, la crescente domanda di fruizione del mare che se non ricondotta nella giusta direzione determinerebbe guasti inimmaginabili.Il Programma Quadro dei Porti e degli Approdi Turistici del Golfo di Napoli è un programma ordinatore per la portualità turistica finalizzato a:- sperimentare metodologie innovative per la gestione integrata della zona costiera;- definire procedure di pianificazione intersettoriale coordinate, cooperative e innovative;- superare la frammentazione e la sovrapposizione istituzionale tra soggetti abilitati ad operare sulla costa e sul mare.Il Programma propone un sistema integrato della portualità e della intermodalità costiera in grado di orientare il futuro del golfo di Napoli verso un modello di sviluppo sostenibile per l’ambiente, efficiente per l’economia ed equo per le popolazioni ed i territori coinvolti.Nelle particolari condizioni del golfo di Napoli la portualità minore e quella turistica rappresentano, infatti, elementi strategici per riqualificare l’ambiente fisico, rifunzionalizzare il sistema di trasporti e della mobilità puntando alla intermodalità, promuovere l’economia locale, valorizzare il patrimonio culturale, governare e difendere il suolo e garantire la sicurezza degli abitanti.Il Programma ha costruito l’ipotesi di un sistema integrato della portualità a partire dalla definizione di un modello teorico di offerta.Il Programma (e non un Piano) definisce pertanto le condizioni per la creazione di un sistema della portualità turistica, assegna ruoli e funzioni alle autorità del golfo, individua le modalità di attuazione e l’ambito dimensionale di riferimento, rinviando all’autonoma azione di governo dei Comuni e degli altri Enti competenti in materia la realizzazione degli interventi, di cui il Programma costituisce il mosaico ordinatore e la verifica complessiva di compatibilità.L’ulteriore sforzo che la Provincia di Napoli nel suo complesso sta tentando di sviluppare intorno a questi principi di pianificazione a vari livelli è di applicare il modello dell’azione partecipativa proprio dell’Agenda 21 e della possibilità vera di coniugare tutela e sviluppo. Ecologia ed economia sono parole che hanno una comune radice “oikos”, che in greco antico significa casa. La casa va gestita e conservata attraverso una buona conoscenza di tutti i suoi angoli. L’angolo del sistema costiero e del mare rappresentano un altro grande capitolo di un modello di sviluppo diverso dal passato che non può che essere quello definito a Rio de Janeiro nel 1992 con le possibili correzioni che si determineranno a Johannesburg il prossimo 26 agosto.

Dopo Johannesburg

Siamo alle ultime battute del vertice e, nonostante la presenza dei grandi leaders mondiali, non è dato sperare che ci possano essere novità positive. E, al di là dell’esito finale, al di là delle contraddizioni di un vertice soggiogato proprio da quelle multinazionali che sono per principio (anche se non si può fare di ogni erba un fascio) contrari ad un diverso modello di sviluppo, si archivia definitivamente il concetto di “sviluppo sostenibile”? Si torna indietro anche rispetto a Rio de Janeiro 1992?Non credo sia possibile. Né credo sia possibile cancellare la vera novità nata a Rio, che non ha riguardato certo le grandi nazioni democratiche dell’occidente ricco, quelle ingessate dai poteri economici forti, a partire dagli Stati Uniti, ma anche la stessa Europa. La vera novità di Rio fu l’azione che ha visto in questi anni il moltiplicarsi delle Agende 21 locali; quelle che hanno portato a costruire percorsi virtuosi di sviluppo locale sostenibile, che hanno dato vita alle “buone pratiche amministrative”, quelle che stanno sperimentando forme di partecipazione diffuse.E’ questo livello di sviluppo sostenibile dal basso che può e deve continuare, anche in una logica di cooperazione internazionale verso governi locali che hanno bisogno di aiuti concreti, mirati, forse meno consistenti sul piano economico, ma più efficaci per rilanciare la lotta alla mancanza di cibo, di acqua, al rilancio di una agricoltura che parta dai bisogni veri e non si rifaccia a modelli calati dall’alto e funzionali più agli interessi delle multinazionali (leggi i semi modificati geneticamente).I governi locali (regionali, provinciali e comunali) possono sviluppare iniziative serie e concrete in questa direzione e dare assistenza formativa e logistica a tale percorso.Il dibattito su questi nuovi scenari è già stato avviato, proprio a Napoli, in occasione del seminario organizzato dall’Associazione A21 locale in collaborazione con la Provincia di Napoli che si è tenuto a metà giugno a Città della Scienza. L’idea è quella di lavorare insieme non solo rispetto alle scadenze proprie del processo di sviluppo sostenibile, ma aprire gli stessi processi a quelle aree del mondo dove è negato qualunque diritto alla vita.Non sono andato a Johannesburg, al di là dello scetticismo sugli esiti finali, semplicemente perché volevo restare a Napoli a lavorare per portare avanti l’A21 della Provincia e iniziare concretamente il percorso locale che ci vedrà impegnati in Albania, in Brasile, in Africa e in America Latina su agricoltura e zootecnia sostenibile. Se poi arriveranno anche gli Stati non potremo che esserne felici…