E’ sotto gli occhi di tutti la grave crisi agricola che sta investendo le aziende casertane e i prodotti leader di questo comparto, a partire dalla mozzarella di bufala. Alla crisi che è produttiva, di commercializzazione e finanziario/bancaria fa da contraltare il fatto che i consumatori trovano sui mercati questi prodotti a costi esorbitanti. Alla fine sono penalizzate contemporaneamente le imprese agricole e gli acquirenti finali. Dove va a finire il “valore aggiunto”, cioè lo scarto tra i 5 centesimi pagati ai contadini per un mazzo d’insalata e i 2,5 euro che pagano i consumatori? Va a finire nell’infinita serie di passaggi che queste merci fanno per arrivare sulle nostre tavole. Il danno è doppio. Da un lato le imprese agricole, che hanno fatto investimenti notevoli per ammodernare le proprie aziende esponendole sul piano finanziario alle banche che oggi presentano il conto e attivano i procedimenti esecutivi di sequestro (vedi lo sciopero della fame che ha visto impegnati alcuni produttori agricoli, vedi gli scioperi e la disperazione dei tanti allevatori bufalini), devono svendere i loro prodotti frutto del loro sudore e di un’antica sapienza; dall’altro i consumatori vengono depauperati del loro potere d’acquisto attraverso l’abonorme aumento del costo che queste merci hanno sui banconi.
Siamo, come sempre, al paradosso che i meccanismi distorti di un mercato apparentemente libero che qualcuno vorrebbe ancora più libero, ma che libero non è, rende più poveri gli agricoltori e i consumatori (quelli a stipendio fisso che pagano le tasse e non riescono ad arrivare alla fine del mese) e arricchisce speculatori, commercianti disonesti, trasportatori (che inquinano), banche che sono agevolati direttamente o indirettamente dal fisco. Siamo alla metafora del Robin Wood all’incontrario, si toglie ai più poveri e si da ai più ricchi (che pagano poco e non pagono affatto le tasse).
Il governo Prodi ha tentato, sotto la forte spinta delle forze della Sinistra Arcobaleno, purtroppo timidamente di mettervi riparo, ma si sa come sono andate le cose. Quella strana zona grigia al “centro” che cura interessi che guarda caso vincono sempre, qualunque schieramento vinca le elezioni, nel timore che bisognava finalmente dare respiro ai salari e agli stipendi per restituire il maltolto (strano che le politiche di riequilibrio e di distribuzione della ricchezza debbano arrivare sempre nel secondo tempo che, peraltro, non arriva mai), fanno cadere il governo per condizionare e subordinare gli aumenti legittimi alla maggiore produttività (si defiscalizzano solo gli straordinari).
Naturalmente le imprese agricole casertane pagano anche il conto della grave crisi ambientale e dei rifiuti della nostra provincia che stenta ancora ad essere risolta. Questa grave crisi che riguarda quasi il 16% della ricchezza prodotta in Terra di Lavoro dovrebbe essere affrontata con una determinazione pari a quella del dopoguerra mentre assistiamo a politiche da pannicelli caldi assolutamente inadeguati.
Allora che fare?
Al di là delle discussioni sui massimi sistemi che presupporrebbero una politica “forte” e fortemente impegnata, una piccola concreta idea può venire dai GAS (Gruppi di acquisto solidali). La Sinistra, L’Arcobaleno li ha proposti nel proprio programma. Ci sono gruppi di cittadini/consumatori che acquistano direttamente presso le aziende agricole, avendole visitate e quindi conoscendo in loco i prodotti, generalmente autoctoni e tipici, ottimizzando la domanda e l’offerta e calmierando i prezzi. Ce ne sono diversi che funzionano davvero bene, anche in provincia di Caserta. In questo modo abbiamo la quadratura del cerchio ed si attiva un processo virtuoso.
Gli agricoltori vendono ad un prezzo equo ma remunerativo; i consumatori acquistano a costi equi e hanno prodotti freschi che si sa da dove vengono e non hanno fatto il giro del mondo per arrivare sulle proprie tavole; non si da spazio agli speculatori; non si inquina l’aria con gli scarichi dei camion che vanno su e giù per l’Italia a portare i peperoni prodotti a Francolise in Piemonte per riportarli come peperoni tipici di Carmagnola sui banchi del Centro commerciale di turno. In questo modo non aumenta il PIL (prodotto interno lordo), ma siamo tutti più felici.
Questo, ancora una volta, fa riferimento ad un diverso modello di sviluppo e ad una diversa costruzione della società.
Chi ha visto la trasmissione televisiva “Report” domenica sera ha capito che è il momento di scegliere tra chi persegue un modello che arrichisce i pochi a danno dei molti e, pur di aumentare il PIL è disposto a passare sulla testa degli esseri umani, rovinando in modo irreversibile l’ambiente, e chi vuole difendere gli interessi dei tanti e della terra che ci è stata lasciata in prestito dai nostri padri e che abbiamo il dovere di lasciare ai nostri figli.
Votare è una scelta. Scegliere bene è un investimento per il futuro.
Caserta, 18/03/08
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domenica 25 gennaio 2009
Se non si affronta il nodo delle bonifiche e dello sviluppo
La questione rifiuti ristagna colpevolmente e la situazione diventa sempre più difficile. Da un lato si immaginava impropriamente un De Gennaro che, con la bacchetta magica, ci risolvesse i problemi davvero come San Gennaro (il legame con il messianico e il sovrannaturale è sempre molto forte), dall’altra si pensava che le drammatiche immagini che hanno fatto il giro del mondo riuscissero a scuotere gli animi e a mettere in moto un circuito virtuoso in cui ciascuno finalmente potesse fare, anziché le discussioni vuote e vacue sui massimi sistemi, quello che gli competeva. Le Istituzioni organizzare la logistica ed i cittadini la riduzione e la raccolta differenziata. Innanzitutto per ridurre i volumi di rifiuti e dare una mano a De Gennaro nel ridimensionare i volumi da eliminare dalle strade e poi finalmente per avviarsi verso la soluzione definitiva del problema.
In questa sede non voglio riparlare di rifiuti, ci sono le proposte, la strategia a breve, medio e lungo termine dei Verdi e della Sinistra Arcobaleno, vanno solo applicate, ma voglio mettere in luce l’altra faccia della medaglia che deve essere messa in evidenza per affrontare con decisione lo stesso problema dei rifiuti.
C’è un evidente interesse da parte dell’Autorità sanitaria, leggi il prof. Greco, a non creare allarmismo sulle patologie connesse alla vicenda spazzatura rispetto alla quale non ho nulla da eccepire se non per il modo col quale lo fa.
Evidentemente le patologie in alcune parti del territorio casertano possono essere connesse anche ad altri fattori critici, lo stesso traffico cittadino, l’alimentazione, il fumo ecc..
Ma questo non toglie nulla al fatto che un intero territorio, quel sito d’interesse nazionale, individuato ai sensi della legge 426/98, va velocemente bonificato.
Come vanno bonificati il Foro Boario di Maddaloni (chi lo deve fare la Recam?), lo Uttaro tra San Nicola e Caserta, la zona compresa tra Casal di Principe, Grazzanise e Santa Maria La Fossa.
E non c’è bisogno di tecnici o di esperti per capirlo. Qualunque cittadino va a visitare quei posti rimane semplicemente sconvolto dall’abbandono, dal non controllo e dal permanere di una situazione di inquinamento profondo non solo della falda acquifera, non solo dell’aria, ma della stessa anima di chi guarda.
Andate a visitare le discariche di Bortolotto, Sogeri, Parco Saurino 1 e 2, Marruzzella, Ferrandelle stessa…
Allora la domanda da porre è questa: è possibile chiedere sempre e solo ad un territorio martoriato ulteriori sacrifici senza che ci sia un’attenzione ed un rispetto a chi chiede da anni la bonifica, atteso che è stato acclarato anche da una legge dello Stato? Uno Stato equilibrato, che non sia “debole con i forti e forte con i deboli” riceve e da al tempo stesso, senza appalesarsi come un padre snaturato, che promette sempre i due tempi. Il secondo tempo per i “deboli” di solito non viene mai.
E ancora, è possibile che rispetto alla cronica incapacità delle classi meridionali di programmare per tempo le soluzioni ai nostri problemi, si possa pensare che ad un territorio, ad una Comunità si possa dare solo ed esclusivamente “monnezza” e non anche progetti di sviluppo, interventi di carattere sociale e culturale, scuole all’avanguardia. Quale triste destino devono subire oltremodo popolazioni laboriose che non vorrebbero essere ricordate solo per le montagne immani di spazzatura che le circonda?
E’ possibile che non si possano preventivamente comporre i conflitti con una strategia di attenzione vera che risolva i problemi ma resta attento alle esigenze reali di un territorio?
Per fare tutto questo serve una Politica “forte” e serve uno scatto d’orgoglio dei Casertani.
Intanto registriamo con interesse la prossima audizione che farà la Commissione ambiente regionale sulle bonifiche della provincia di Caserta e l’arrivo all’Assessorato all’ambiente regionale di Walter Ganapini (quello che ha risolto negli anni ’90 l’emergenza rifiuti a Milano).
Guai a pensare però che altri possano da soli, senza il nostro aiuto, risolvere gli atavici problemi che abbiamo.
In questa sede non voglio riparlare di rifiuti, ci sono le proposte, la strategia a breve, medio e lungo termine dei Verdi e della Sinistra Arcobaleno, vanno solo applicate, ma voglio mettere in luce l’altra faccia della medaglia che deve essere messa in evidenza per affrontare con decisione lo stesso problema dei rifiuti.
C’è un evidente interesse da parte dell’Autorità sanitaria, leggi il prof. Greco, a non creare allarmismo sulle patologie connesse alla vicenda spazzatura rispetto alla quale non ho nulla da eccepire se non per il modo col quale lo fa.
Evidentemente le patologie in alcune parti del territorio casertano possono essere connesse anche ad altri fattori critici, lo stesso traffico cittadino, l’alimentazione, il fumo ecc..
Ma questo non toglie nulla al fatto che un intero territorio, quel sito d’interesse nazionale, individuato ai sensi della legge 426/98, va velocemente bonificato.
Come vanno bonificati il Foro Boario di Maddaloni (chi lo deve fare la Recam?), lo Uttaro tra San Nicola e Caserta, la zona compresa tra Casal di Principe, Grazzanise e Santa Maria La Fossa.
E non c’è bisogno di tecnici o di esperti per capirlo. Qualunque cittadino va a visitare quei posti rimane semplicemente sconvolto dall’abbandono, dal non controllo e dal permanere di una situazione di inquinamento profondo non solo della falda acquifera, non solo dell’aria, ma della stessa anima di chi guarda.
Andate a visitare le discariche di Bortolotto, Sogeri, Parco Saurino 1 e 2, Marruzzella, Ferrandelle stessa…
Allora la domanda da porre è questa: è possibile chiedere sempre e solo ad un territorio martoriato ulteriori sacrifici senza che ci sia un’attenzione ed un rispetto a chi chiede da anni la bonifica, atteso che è stato acclarato anche da una legge dello Stato? Uno Stato equilibrato, che non sia “debole con i forti e forte con i deboli” riceve e da al tempo stesso, senza appalesarsi come un padre snaturato, che promette sempre i due tempi. Il secondo tempo per i “deboli” di solito non viene mai.
E ancora, è possibile che rispetto alla cronica incapacità delle classi meridionali di programmare per tempo le soluzioni ai nostri problemi, si possa pensare che ad un territorio, ad una Comunità si possa dare solo ed esclusivamente “monnezza” e non anche progetti di sviluppo, interventi di carattere sociale e culturale, scuole all’avanguardia. Quale triste destino devono subire oltremodo popolazioni laboriose che non vorrebbero essere ricordate solo per le montagne immani di spazzatura che le circonda?
E’ possibile che non si possano preventivamente comporre i conflitti con una strategia di attenzione vera che risolva i problemi ma resta attento alle esigenze reali di un territorio?
Per fare tutto questo serve una Politica “forte” e serve uno scatto d’orgoglio dei Casertani.
Intanto registriamo con interesse la prossima audizione che farà la Commissione ambiente regionale sulle bonifiche della provincia di Caserta e l’arrivo all’Assessorato all’ambiente regionale di Walter Ganapini (quello che ha risolto negli anni ’90 l’emergenza rifiuti a Milano).
Guai a pensare però che altri possano da soli, senza il nostro aiuto, risolvere gli atavici problemi che abbiamo.
Se Nicolais diventa ambientalista...
Non si può far cadere nel vuoto l’interessante nota di Luigi Nicolais apparsa stamattina su Il Mattino dal titolo “Una ricetta verde per la Campania”.
Egli stesso ci invita ad aprire un dibattito che, certo, non deve rimanere nel chiuso della politica, deve essere il più ampio possibile, ma è evidente che può segnare uno spartiacque anche rispetto al falso dibattito che si è sviluppato sulla “questione morale” e, peggio ancora, sulla chiusura del dibattito stesso in un ambito esclusivamente centrato sulle giunte e sugli assessori.
Dalla grave crisi economica e morale si può uscire in due modi. O difendendo più o meno l’esistente o puntando a “progettare” il futuro.
L’impostazione data da Nicolais punta sicuramente sul secondo modo e, al di là dei massimi sistemi legati al richiamo ad Obama, c’è un terreno più circoscritto di sperimentazione del futuro altrettanto interessante.
Lascio da parte la polemica sul dualismo “ambientalismo del fare” e su quello del “no”. E’ un falso problema legato più ai ritardi della politica nell’affrontare preventivamente le questioni. Mi interessa piuttosto guardare in avanti, a quella che Jeremy Rifkin ha definito “la terza rivoluzione industriale”, incentrata esattamente sulle energie da fonti rinnovabili. Mi interessa lo sviluppo di una “economia parallela” incentrata sulla ricerca, nell’industria ecocompatibile, nell’agricoltura “buona, pulita e giusta”, nell’edilizia sostenibile a risparmio energetico, nel turismo, nell’istruzione e nella cultura, nella qualità della vita. Mi interessa che, anche approfittando dell’opzione federalista, non si ci concentri solo sulle “green technologies” ma ci possa essere un modello culturale, umanistico e filosofico, altro che si richiami ai valori di Bruno e Campanella, perché resti agganciato ad una cultura meridionalista che ama la vita e non solo “la produttività legata al dio denaro”.
E’ una rivoluzione copernicana che fa riferimento a quello che il Sud ha sempre prodotto sul piano culturale, prima ancora che tecnologico.
Ci può essere utile, a tal proposito, quello che Cesare Pavese (piemontese doc) scriveva all’editore Giulio Einaudi: “…Egregio Editore, è venuta l’ora di dirVi, con tutto il rispetto, che fin che continuerete con questo sistema di sfruttamento integrale dei Vostri dipendenti, non potete sperare dagli stessi un rendimento superiore alle loro possibilità. C’è una vita da vivere, ci sono delle biciclette da inforcare, marciapiedi da passeggiare e tramonti da godere. La natura insomma ci chiama, egregio Editore; e noi seguiamo il suo appello…” (Mario Mastopaolo – Libro d’amore e d’anachia - 2009).
Certo concordo sul fatto di concentrare tutte le risorse disponibili su questi obiettivi e, il metodo della partecipazione democratica è fondamentale per far ridiventare i cittadini (organizzati e non genericamente intesi) protagonisti del futuro che si vuole costruire.
Ma non si può progettare il futuro senza partire dal dare un segnale forte nel presente, con scelte coraggiose e, in alcuni casi draconiane (ad esempio sul traffico). Si può partire già da quanto scritto nel programma regionale (cui ho contribuito a redigere quale responsabile del programma dei Verdi) e non ancora realizzato. Si può partire dal capitolo su “La sostenibilità ambientale” che fu oggetto anche di un importante seminario dei DS, frutto di una riunione, fatta all’epoca proprio con i Verdi.
Insomma partire dal presente (le bonifiche in particolare) per progettare il futuro. Così risponderemmo anche all’importante sollecitazione del Capo dello Stato “sull’impoverimento culturale e morale” delle classi dirigenti meridionali. Abbandonando sterili discussioni sulle persone e sviluppando un dibattito ampio e partecipato sul futuro, trasformando i partiti da consorterie ad “atelier del futuro”.
I Verdi sono pronti e accettano la sfida.
Spero che lo siano anche gli altri partiti del centrosinistra.
Caserta, lì 20/01/2009
Egli stesso ci invita ad aprire un dibattito che, certo, non deve rimanere nel chiuso della politica, deve essere il più ampio possibile, ma è evidente che può segnare uno spartiacque anche rispetto al falso dibattito che si è sviluppato sulla “questione morale” e, peggio ancora, sulla chiusura del dibattito stesso in un ambito esclusivamente centrato sulle giunte e sugli assessori.
Dalla grave crisi economica e morale si può uscire in due modi. O difendendo più o meno l’esistente o puntando a “progettare” il futuro.
L’impostazione data da Nicolais punta sicuramente sul secondo modo e, al di là dei massimi sistemi legati al richiamo ad Obama, c’è un terreno più circoscritto di sperimentazione del futuro altrettanto interessante.
Lascio da parte la polemica sul dualismo “ambientalismo del fare” e su quello del “no”. E’ un falso problema legato più ai ritardi della politica nell’affrontare preventivamente le questioni. Mi interessa piuttosto guardare in avanti, a quella che Jeremy Rifkin ha definito “la terza rivoluzione industriale”, incentrata esattamente sulle energie da fonti rinnovabili. Mi interessa lo sviluppo di una “economia parallela” incentrata sulla ricerca, nell’industria ecocompatibile, nell’agricoltura “buona, pulita e giusta”, nell’edilizia sostenibile a risparmio energetico, nel turismo, nell’istruzione e nella cultura, nella qualità della vita. Mi interessa che, anche approfittando dell’opzione federalista, non si ci concentri solo sulle “green technologies” ma ci possa essere un modello culturale, umanistico e filosofico, altro che si richiami ai valori di Bruno e Campanella, perché resti agganciato ad una cultura meridionalista che ama la vita e non solo “la produttività legata al dio denaro”.
E’ una rivoluzione copernicana che fa riferimento a quello che il Sud ha sempre prodotto sul piano culturale, prima ancora che tecnologico.
Ci può essere utile, a tal proposito, quello che Cesare Pavese (piemontese doc) scriveva all’editore Giulio Einaudi: “…Egregio Editore, è venuta l’ora di dirVi, con tutto il rispetto, che fin che continuerete con questo sistema di sfruttamento integrale dei Vostri dipendenti, non potete sperare dagli stessi un rendimento superiore alle loro possibilità. C’è una vita da vivere, ci sono delle biciclette da inforcare, marciapiedi da passeggiare e tramonti da godere. La natura insomma ci chiama, egregio Editore; e noi seguiamo il suo appello…” (Mario Mastopaolo – Libro d’amore e d’anachia - 2009).
Certo concordo sul fatto di concentrare tutte le risorse disponibili su questi obiettivi e, il metodo della partecipazione democratica è fondamentale per far ridiventare i cittadini (organizzati e non genericamente intesi) protagonisti del futuro che si vuole costruire.
Ma non si può progettare il futuro senza partire dal dare un segnale forte nel presente, con scelte coraggiose e, in alcuni casi draconiane (ad esempio sul traffico). Si può partire già da quanto scritto nel programma regionale (cui ho contribuito a redigere quale responsabile del programma dei Verdi) e non ancora realizzato. Si può partire dal capitolo su “La sostenibilità ambientale” che fu oggetto anche di un importante seminario dei DS, frutto di una riunione, fatta all’epoca proprio con i Verdi.
Insomma partire dal presente (le bonifiche in particolare) per progettare il futuro. Così risponderemmo anche all’importante sollecitazione del Capo dello Stato “sull’impoverimento culturale e morale” delle classi dirigenti meridionali. Abbandonando sterili discussioni sulle persone e sviluppando un dibattito ampio e partecipato sul futuro, trasformando i partiti da consorterie ad “atelier del futuro”.
I Verdi sono pronti e accettano la sfida.
Spero che lo siano anche gli altri partiti del centrosinistra.
Caserta, lì 20/01/2009
Il rito tribale della morte di un lavoratore
Ho sentito spesso parlar male dei riti tribali di alcuni gruppi etnici africani o di civiltà considerate, a torto, “arretrate” dove si continuano a fare sacrifici umani che rispondono a tradizioni antichissime. E nessuno si indigna, se non per poco, dei nostri (delle civiltà cosiddette avanzate) riti che sono ben più gravi dei riti “tribali”. Come definire se non in questo modo le innumerevoli morti sul lavoro che hanno da sempre costellato la nostra vita, il più delle volte nel silenzio più assoluto degli stessi media. C’è voluto il richiamo del Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, per accendere i riflettori su un dramma che non può più essere tollerato, che non attiene più ormai al novero delle “tragiche fatalità”, ma che risponde esattamente alla tragica conseguenza del fatto che un essere umano, un lavoratore, non è più un valore in sé: non è carne e ossa, né mente e cuore, ma un “numero”, funzionale al raggiungimento di altri fini che non sono l’essere umano stesso.
Quando torneremo a capire che nessuna crescita economica, nessun aumento del PIL, nessuna globalizzazione, nessuna apparente modernità potrà restituirci (si anche a noi tutti) e potrà restituire a quei bambini il proprio papà? Nessuno potrà colmare le emozioni, gli affetti, l’amore che quel papà, marito, lavoratore, essere umano avrebbe potuto ancora trasmettere.
Certo ci sono leggi a tutela dei lavoratori, sono state inasprite recentemente le sanzioni, con il roboante dissenso della Confindustria, mancano spesso i controlli. Manca il personale e qualcuno vuole dimezzare i lavoratori del pubblico impiego. E’ la stessa logica di chi diminuisce le manutenzioni (vi ricordate gli innumerevoli incidenti ferroviari?), diminuisce l’attenzione sul lavoro aumentando, sul bisogno di guadagnare qualcosa in più, surrettiziamente le ore di lavoro. E chiede ancora di detassare gli straordinari e non invece restituire il maltolto che in questi anni hanno impoverito i salari e gli stipendi a fronte di un aumento iperbolico dei profitti o delle speculazioni finanziarie (ancora oggi tassate al 12%).
Tutto questo sempre e solo in nome della “competizione”, della “crescita”, dell’unico valore oggi imperante, quello del “dio denaro”, quello che riempie le tasche dei pochi a danno dei tanti.
E che lascia tracce di sangue dietro la sua scia…
Rispetto a questa impostazione gli esseri umani cosa vuoi che siano? E che importa se si continua a distruggere il nostro ambiente naturale? Sono solo “pietre d’inciampo”, come dice don Ciotti. Ma le “pietre d’inciampo” che sono considerati “fastidiosi” ostacoli verso lo sviluppo, potranno diventare uno sgambetto rovinoso e decisivo per una inversione di tendenza.
C’è bisogno di nuovo umanesimo che rimetta al centro non la ricchezza in denaro che logora e distrugge sentimenti, valori, ma la ricchezza dell’essere umano e del suo habitat, dove territorio, lavoro ed economia siano in equilibrio armonico.
C’è bisogno di un intervento più specifico del mondo della cultura che deve farci comprendere meglio come uscire dalla sempre più evidente crisi di questa ormai presunta “modernità”. E siamo perfettamente convinti che per porre fine a questi scempi, non bastano da sole le leggi. Infatti le norme che pure sono state prodotte, che è stato importante produrre, non sono valse a gran che. La soluzione non va trovata solo sul piano del diritto. Va riscoperto il senso delle cose e della vita.
Scriveva il prof. Mario Alcaro nel 2006: “…nella tarda modernità, con la crisi dell’idea di progresso e del mito delle magnifiche sorti e progressive dello sviluppo economico e tecnologico, si comincia ad intravedere che la vita umana, privata del suo radicamento nel contesto naturale, perde ogni giustificazione. Non solo la vita, a dire il vero, ma anche la morte”
I riti tribali sono una scelta legata ad una tradizione che può non essere condivisa; la morte di un lavoratore è una “scelta” fatta dal “mercato” e dalla necessità (di chi?) di produrre sempre di più a costi sempre più bassi.
Ma quanto “costa” in termini sociali le tante vite perse sul lavoro? E quanto quelle sulla strada (altro tributo alla presunta “modernità)? Il battage pubblicitario dei media e del governo Berlusconi, si sa, va in ben altra direzione; la sicurezza è prendersela con i più deboli, con i più poveri, con, per dirla con Frantz Fanon, “i dannati della terra”.
Caserta, lì 01.04.08
Quando torneremo a capire che nessuna crescita economica, nessun aumento del PIL, nessuna globalizzazione, nessuna apparente modernità potrà restituirci (si anche a noi tutti) e potrà restituire a quei bambini il proprio papà? Nessuno potrà colmare le emozioni, gli affetti, l’amore che quel papà, marito, lavoratore, essere umano avrebbe potuto ancora trasmettere.
Certo ci sono leggi a tutela dei lavoratori, sono state inasprite recentemente le sanzioni, con il roboante dissenso della Confindustria, mancano spesso i controlli. Manca il personale e qualcuno vuole dimezzare i lavoratori del pubblico impiego. E’ la stessa logica di chi diminuisce le manutenzioni (vi ricordate gli innumerevoli incidenti ferroviari?), diminuisce l’attenzione sul lavoro aumentando, sul bisogno di guadagnare qualcosa in più, surrettiziamente le ore di lavoro. E chiede ancora di detassare gli straordinari e non invece restituire il maltolto che in questi anni hanno impoverito i salari e gli stipendi a fronte di un aumento iperbolico dei profitti o delle speculazioni finanziarie (ancora oggi tassate al 12%).
Tutto questo sempre e solo in nome della “competizione”, della “crescita”, dell’unico valore oggi imperante, quello del “dio denaro”, quello che riempie le tasche dei pochi a danno dei tanti.
E che lascia tracce di sangue dietro la sua scia…
Rispetto a questa impostazione gli esseri umani cosa vuoi che siano? E che importa se si continua a distruggere il nostro ambiente naturale? Sono solo “pietre d’inciampo”, come dice don Ciotti. Ma le “pietre d’inciampo” che sono considerati “fastidiosi” ostacoli verso lo sviluppo, potranno diventare uno sgambetto rovinoso e decisivo per una inversione di tendenza.
C’è bisogno di nuovo umanesimo che rimetta al centro non la ricchezza in denaro che logora e distrugge sentimenti, valori, ma la ricchezza dell’essere umano e del suo habitat, dove territorio, lavoro ed economia siano in equilibrio armonico.
C’è bisogno di un intervento più specifico del mondo della cultura che deve farci comprendere meglio come uscire dalla sempre più evidente crisi di questa ormai presunta “modernità”. E siamo perfettamente convinti che per porre fine a questi scempi, non bastano da sole le leggi. Infatti le norme che pure sono state prodotte, che è stato importante produrre, non sono valse a gran che. La soluzione non va trovata solo sul piano del diritto. Va riscoperto il senso delle cose e della vita.
Scriveva il prof. Mario Alcaro nel 2006: “…nella tarda modernità, con la crisi dell’idea di progresso e del mito delle magnifiche sorti e progressive dello sviluppo economico e tecnologico, si comincia ad intravedere che la vita umana, privata del suo radicamento nel contesto naturale, perde ogni giustificazione. Non solo la vita, a dire il vero, ma anche la morte”
I riti tribali sono una scelta legata ad una tradizione che può non essere condivisa; la morte di un lavoratore è una “scelta” fatta dal “mercato” e dalla necessità (di chi?) di produrre sempre di più a costi sempre più bassi.
Ma quanto “costa” in termini sociali le tante vite perse sul lavoro? E quanto quelle sulla strada (altro tributo alla presunta “modernità)? Il battage pubblicitario dei media e del governo Berlusconi, si sa, va in ben altra direzione; la sicurezza è prendersela con i più deboli, con i più poveri, con, per dirla con Frantz Fanon, “i dannati della terra”.
Caserta, lì 01.04.08
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